Visibilità-invisibilità delle
            presenze mafiose

tratto da “Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta in Emilia Romagna” di Enzo Ciconte - anno 1998

“Pochi omicidi, dunque; ma ciò non significa scarsa presenza mafiosa. Significa, invece, che i mafiosi agiscono senza uccidere, o per essere più precisi, uccidendo di meno rispetto a quanto generalmente si creda. Adottano altre tecniche, altri strumenti di penetrazione. Lo scarso numero di omicidi rende meno visibili i mafiosi, anzi contribuisce a renderli invisibili. L’omicidio crea allarme sociale, produce insicurezza, induce richieste di protezione, sollecita misure repressive. E’ un’azione estrema che al nord le mafie usano con cautela. In generale la tecnica di penetrazione al nord da parte delle grandi organizzazioni mafiose non si realizzava attraverso l’omicidio; e tanto meno l’omicidio dei locali, dei residenti. Né bisognava dimenticare che il mafioso, consacrata la sua autorità e affermato il suo potere, tendeva, al Sud e tanto più al Nord, a mimetizzarsi dietro una FACCIATA DI PERBENISMO BORGHESE (molto posati diremmo qui nel paesello), a mostrare un volto che è ben lontano dall’apparire violento.

 

Nella zona di Lecco, Franco Trovato Coco è stato addirittura insignito di una onorificenza dalle locali associazioni di commercianti e in Liguria un ‘ndranghetista è diventato cavaliere del lavoro. A Budrio alcuni hanno rapporti normali con la popolazione locale, anzi alcuni di loro fanno addirittura parte di circoli cittadini. La violenza è come una sorta di capitale di investimento. Si usa all’inizio, poi non serve più, anzi è inutile, perfino dannosa. La violenza non sempre è ostentata, a volte è nascosta; si intuisce senza che ci sia bisogno di mostrarla continuamente. In Emilia Romagna la penetrazione dei mafiosi e il loro inserimento nella società sono avvenuti non in forma cruenta, ma con ben altre modalità. Le guerre di mafia sono sconosciute nella regione. I mafiosi sono arrivati e si sono fermati nella MANIERA PIU’ DISCRETA POSSIBILE e hanno avuto l’accortezza di muoversi agendo in settori che storicamente non hanno mai prodotto eccessivo allarme sociale. Ne dava l’esempio Pietro Pace il quale evitava discussioni e teneva un atteggiamento tipico del mafioso proprio per evitare di essere notato. Le strategie di netta matrice mafiosa, quali il progressivo inserimento del traffico di stupefacenti e di armi e la graduale penetrazione nel tessuto economico in diversi centri della regione, risultano meno percepibili quanto più insinuanti. E’ il caso di alcuni soggiornanti obbligati che, in passato, hanno pianificato significativi legami col territorio mediante la creazione di attività industriali non disgiunte, talvolta, da iniziative di carattere sociale (mediante, ad esempio, creazione di squadre sportive).

 

I soggetti appartenenti alle cosche mafiose sono stati costretti ad agire in maniera delicata, soft, in modo da non destare reazioni immediate e preoccupazioni. Questa è la chiave di lettura del fatto che fino ad oggi nulla era apparso oppure alcuni fenomeni non erano stati posti in evidenza. Ciò è dovuto al fatto che intelligentemente gli appartenenti a queste organizzazioni si sono posti, rispetto all’ambiente, con molta delicatezza e grande tatto; in tal modo essi si sono inseriti gradualmente nell’ambiente. Potrei citare, al riguardo, l’esempio dei Commendatore, che si trovano qui da molto tempo, hanno messo su le loro aziende. Essi hanno cominciato a comportarsi come dei tranquilli operatori economici della zona, seguendo una strategia di mimetizzazione e di grande tatto nell’AGGREDIRE l’ambiente.”

“Questa tecnica di inserimento e di penetrazione distugge l’immagine del mafioso come persona violenta, sanguinaria, con la coppola in testa e la lupara imbracciata che è stata per lungo tempo la raffigurazione dominante nell’immaginario collettivo. Penetrazione e inserimento avvengono a passi felpati. In silenzio. Ciò aumenta l’invisibilità del mafioso e gli consente di essere considerato come una persona tra tante altre che vuole essere accettato dalla comunità locale e cooptato nei circoli cittadini che contano. Le attività di carattere sociale sono apparentemente incomprensibili o addirittura paradossali. E invece sono sintomi di astuzia perché tali attività hanno il pregio di CREARE IL CONSENSO. Chi ha delle mafie l’immagine di organizzazioni solo violente o assassine non riesce a comprendere come queste persone che si comportano in maniera così normale possano essere considerate dei mafiosi.”

“Giacomo Riina nonostante abitasse a Budrio, a pochi chilometri da Bologna, non è mai stato sottoposto ad un provvedimento di sorveglianza. Anzi, da quello che risulta pochissimi sono stati i provvedimenti di sorveglianza speciale adottati dal tribunale e proposti dagli organi di polizia della provincia. Come spiegare questo comportamento? E’ probabile che sia sfuggita la dinamica complessiva del fenomeno mafioso, il quadro di insieme, e che sia prevalsa una visione più riduttiva, più dimessa. E’ possibile che si fosse convinti che la mafia non esistesse al Nord e tanto più in Emilia-Romagna, che si fosse pensato che NON ERA PROPRIO IL CASO DI MACCHIARE IL BUON NOME DELLA REGIONE E L’IMMAGINE CHE ESSA PROIETTAVA NEL RESTO DEL PAESE con l’imputazione di associazione a delinquere di tipo mafioso che facevano correre il RISCHIO DI RICHIAMARE UN’ATTENZIONE NON DESIDERATA SULLE VICENDE CRIMINALI LOCALI, e ciò soprattutto per la situazione della riviera che attirava ogni anno numerosi turisti. SI RITENEVA CHE IL FLUSSO TURISTICO POTESSE ESSERE COMPROMESSO DAL SOLO PARLARE DI MAFIA.”

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