Le tappe giudiziarie di Giuseppe Pagliani, imputato per associazione esterna di stampo mafioso:

RITO ABBREVIATO - PRIMO GRADO
22 aprile 2016: assolto

 

RITO ABBREVIATO - APPELLO

12 settembre 2017: condannato in appello a 4 anni di reclusione e 5 di interdizione dai pubblici uffici - 1 anno di libertà vigilata

RITO ABBREVIATO - CASSAZIONE

24 ottobre 2018: rimandato in appello

Pagliani, non colpevole ma consapevole

Ecco perché non c’è alcuna macchina del fango contro Pagliani, soprattutto da parte del PM Marco Mescolini

 

- 10 febbraio 2017 -
Inchiesta di Sara Donatelli da Antimafia Duemila


Durante l’udienza del processo Aemilia del 2 febbraio è stato lungamente ascoltato Emanuele Leuzzi, Maggiore della Stazione dei Carabinieri di

Fiorenzuola D'Arda. Così come già fatto dai suoi colleghi, Leuzzi ha parlato delle indagini svolte dalla squadra di Fiorenzuola d’Arda sul rapporto degli imputati con il mondo politico e con la stampa.

La deposizione del Maggiore si è concentrata maggiormente sulla figura del politico Giuseppe Pagliani (in foto), imputato del processo Aemilia

già assolto in primo grado, avendo optato per il rito abbreviato, con formula piena perché il fatto non sussiste. Un’udienza lunga e ricca di

contenuti che però non è piaciuta a Pagliani che il giorno successivo, il 3 febbraio, ha scritto un comunicato parlando di una “macchina del fango vergognosa e scorretta. È inaccettabile che il PM Mescolini continui a gettare fango su qualcuno che, non essendo imputato in quel processo, non ha la possibilità di replicare e difendersi. La telefonata ascoltata ieri in aula è una delle prove più importanti a difesa del sottoscritto che attesta il fatto che non conoscevo Sarcone come si capisce in modo evidente dalle mie parole e dalle intercettazioni successive. Sono fatti già noti, non c’è nulla di nuovo, ho chiarito in tutte le sedi la mia posizione e prima il Riesame poi il Tribunale di Bologna hanno accertato la mia totale estraneità ai fatti e sono stato assolto perché il fatto non sussiste. Perché dunque continuare, in una sede in cui non posso esercitare i miei diritti, ad attaccare qualcuno che è stato dichiarato innocente? La tesi del PM Mescolini è stata smontata dal Tribunale di Bologna ciò nonostante Egli vorrebbe continuare, illegittimamente, il processo nei miei confronti senza che nemmeno io possa difendermi”. A questo comunicato abbiamo scelto di rispondere con questo articolo in cui proviamo a ricostruire la vicenda partendo dalle motivazioni della sentenza che ha pienamente assolto Pagliani. È utile farlo per vari motivi. Innanzitutto perché le sentenze vanno rispettate, ma vanno anche lette e comprese. È utile farlo per capire il lavoro svolto dal PM Mescolini, che tutto è tranne che una macchina del fango nei confronti di Pagliani perché, come vedremo, le domande poste durante l’udienza del 2 febbraio dal PM Mescolini, e le risposte date dal Maggiore Leuzzi (che si vanno ad aggiungere alle deposizioni dei colleghi, ascoltati lo scorso anno), non sono assolutamente discordanti o dissonanti con le parole contenute all’interno delle motivazioni della sentenza che, in primo grado, ha assolto Pagliani dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. È utile farlo perché c’è differenza tra colpevolezza e consapevolezza. È utile farlo perché Pagliani è stato assolto, pienamente assolto in primo grado. Ma altrettanto piena è stata la sua grave responsabilità politica nel compiere degli errori. Non esiste solo il giudizio all’interno di un tribunale. Ma una coscienza civile, civica e sociale che ha tutto il diritto di comprendere ciò che è avvenuto. Ed esiste una coscienza individuale, intima e personale che dovrebbe spingere un essere umano, un uomo, un politico a farsi da parte perché consapevole dei propri errori, delle proprie mancanze, della propria inadeguatezza nel ricoprire un incarico pubblico, istituzionale e rappresentativo.

Durante l’udienza del 2 febbraio, il Maggiore Leuzzi ha raccontato di aver assunto l’incarico di Comandante presso la stazione dei Carabinieri di Fiorenzuola d’Arda nel novembre 2012 sostituendo l’allora Capitano Andrea Leo (già ascoltato al processo Aemilia nell’aprile dello scorso anno). “Ho ricevuto l’incarico di riascoltare alcune intercettazioni che riguardavano i rapporti tra la politica e la consorteria emiliana”, inizia Leuzzi. Prima di entrare nel vivo della sua deposizione, però, il Maggiore espone alla Corte un quadro complessivo di quella che era la situazione all’interno della cosca tra il 2011 e il 2012. Situazione già raccontata dal Maresciallo Calì, ascoltato a giugno dello scorso anno. Il Maresciallo Calì aveva infatti già parlato della frattura creatasi all’interno della cosca subito dopo l’arresto, il 21 luglio 2011, di Romolo Villirillo, ritenuto dagli inquirenti come “promotore, dirigente ed organizzatore dell’attività dell’associazione”, uomo di Nicolino Grande Aracri al nord con il compito di reinvestire il denaro direttamente proveniente dal boss. Ma la sete di denaro è troppa: Villirillo si impadronisce di una cospicua somma di denaro all’insaputa di Nicolino Grande Aracri che farà di tutto per riavere indietro il tesoro perduto. Questa vicenda viene ripresa dal Maggiore Leuzzi: “Il 21 luglio 2011 viene arrestato Romolo Villirillo con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Durante l’arresto vengono trovati titoli bancari che fanno pensare che Villirillo si sia appropriato di somme che dovevano invece andare alla casa madre. Inizia così da parte del capo locale, Nicolino Grande Aracri, la ricerca di questi soldi e viene incaricato Antonio Gualtieri che subentra a Villirillo”. In questo periodo, però, i problemi della cosca arrivano da più fronti: oltre alle diatribe interne, infatti, gli esponenti della consorteria emiliani vengono bombardati dalle interdittive emanate dall’inarrestabile prefetto di Reggio Emilia, Antonella De Miro. “Con queste interdittive vengono individuati imprenditori vicini alla ndrangheta” afferma Leuzzi in udienza. E dell’azione del prefetto De Miro ne parla anche il giudice all’interno delle motivazioni della sentenza di primo grado dei riti abbreviati del Processo Aemilia. “La cellula 'ndranghetistica emiliana si apprestava a vivere un momento di estrema difficoltà, sostanzialmente dovendosi contrappore a quella che il Pubblico Ministero ha efficacemente chiamato "offensiva istituzionale-mediatica": da un lato, l'azione del Prefetto di Reggio Emilia e dall'altra la sensibilizzazione sul tema della stampa locale. In quei mesi il Prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miroadottava più decreti interdittivi prefettizi e numerose interdittive antimafia, forte ed efficace attività di contrasto, positivamente enfatizzata dagli organi di stampa locale”. La goccia che fa traboccare il vaso arriva il 24 febbraio 2012, data in cui il Prefetto revoca la certificazione antimafia a Michele Colacino, il quale ha un importante contratto per la raccolta dei rifiuti solidi urbani per conto del gruppo IREN, che ha affidato l'incarico in sub-appalto alla cooperativa TRANSCOOP di cui Colacino è socio. Altre interdittive colpiscono anche Palmo Vertinelli e Gianluigi Sarcone, fratello di Nicolino. Il 1° marzo 2012 Michele Colacino si lamenta fortemente con Nicolino Sarcone per quanto accadutogli. Ed è proprio Michele Colacino che comincia ad “innalzare i toni”, rilasciando interviste e impostando una tesi difensiva che verrà adottata come cavallo di battaglia dall’interno sodalizio (ovvero che “vista la difficile congiuntura economica del momento, il lavoro prestato in Emilia dai calabresi, che fino a poco tempo prima era stato una risorsa, non serviva più e per emarginare la categoria si utilizzava strumentalmente la 'ndrangheta”). Anche il Pubblico Ministero scrive in merito a questo atteggiamento: “Colacino ha avuto il merito di "sdoganare" per primo una battaglia che poi è stata presa e fatta propria dall’intero gruppo e di incarnare una posizione in relazione al tema della 'ndrangheta che, in fondo, è quella di tutti: la 'ndrangheta c’è ma è sempre altrove, sempre in un "altrove", fisico e geografico tale da non richiedere mai una presa di distanza reale, una indicazione precisa, una posizione chiara. Purtroppo questo sarà il rischio corso anche da rami amministratori constatato nel corso dell’indagine".

Il GIP, nell’ordinanza di custodia cautelare, fa invece un efficace accostamento tra "la miseria" nella quale i calabresi sarebbero stati ridotti dai poteri forti di Reggio Emilia (che si erano coalizzati contro di loro nel momento di massima crisi trovando appoggio nella Prefettura) con le costose autovetture (Land Rover, Range Rover, Mercedes, BMW X5, BMW X6) dei partecipanti alla famosa cena del 21 marzo presso il ristorante Antichi Sapori di Pasquale Brescia. E se è Michele Colacino il primo a farsi avanti, sarà invece Nicolino Sarcone il vero regista di questa battaglia per resistere e rafforzare il potere della consorteria. In seguito ad un servizio di Telereggio del 21 febbraio 2012, in cui viene lungamente descritta la caratura criminale di Alfonso Diletto, Nicolino Sarcone, intercettato al telefono con Diletto, gli dice: “Vedi di prendere questi soldi e andiamocene”. Diletto, Sarcone e gli altri però non scelgono di “prendere i soldi e scappare” ma pianificano una moderna ed astuta controffensiva che necessita di un referente politico, individuato in Giuseppe Pagliani, avvocato ed esponente di spicco del PdL reggiano nonché capogruppo del partito presso il Consiglio Provinciale di Reggio Emilia. Scrive il giudice nella sentenza che ha assolto Pagliani: “L'abbondante compendio probatorio offre, quale ricostruzione ritenuta dal giudicante più ragionevole, quella che vede Giuseppe Pagliani prestare una iniziale, piena e consapevole adesione al progetto propostogli da Nicolino Sarcone, salvo poi defilarsi, forse anche impaurirsi, al verificarsi di una inaspettata evoluzione degli eventi, anche questi, invece abilmente sfruttati a proprio favore da parte della associazione”. È Alfonso Paolini che, il 22 febbraio 2012, contatta Giuseppe Pagliani. Paolini è una figura centrale all’interno della cosca: costante punto di riferimento per Nicolino Sarcone, per conto del quale gestisce i rapporti con appartenenti alle forze dell’ordine sia di Reggio Emilia e Parma che di Crotone, si mette a disposizione di Nicolino Grande Aracri recandosi a casa sua il 28 agosto 2011 per discutere delle vicende relative alla sottrazione del denaro da parte di Villirillo, contatta, sempre per conto di Nicolino Sarcone, appartenenti all’Arma dei Carabinieri in vista della celebrazione del processo Edilpiovra e, scrivono gli inquirenti, “svolge funzioni di raccordo tra i sodali reggiani al fine di reperire un referente politico, individuato nell’avvocato Giuseppe Pagliani”. È il 22 febbraio 2012, dicevamo, quando Paolini chiama Pagliani in presenza di Nicolino Sarcone con il quale parla dei probabili voti che potrebbero racimolare. “Io ho una cosa per te e per noi... ci dobbiamo vedere urgentemente... dobbiamo organizzare una cosa che... se no qua troviamo un altro cavallo... te lo dico… vogliamo a te ... […] - dice Paolini a Pagliani - Prendiamo un caffè e poi dobbiamo organizzare... con un po' di gente che... conta... con te ... dobbiamo fare una cena e dobbiamo parlare di parecchie cose, però devi prenderti in mano tutto tu”. Pagliani accetta immediatamente e si risente con Paolini due giorni dopo, il 24 febbraio. Durante questa seconda telefonata Paolini prosegue il discorso interrotto precedentemente: “poi organizziamo una serata ... […] ma questa è gente che conta e vuole sostenuta insomma... vuole uno che gli dia una dritta - facciamo così... facciamo cosi e facciamo cosi - ... perché i giornali non possono sempre attaccare... cose che non esistono ... così organizziamo una serata... noi con quelli... e decidiamo tutto quello che c'è bisogno di fare insomma… […] perché loro voglionofare un 'altra lista... gli ho detto: - no! lasciate perdere ci appoggiamo qua a Giuseppe - ... questi quaveramente… Giuseppe ti dico sono gente che... i voti ti porteranno in cielo ... guarda... però devi essere tu a consigliare e dire quello che bisogna fare ...”.

Il primo incontro avviene il 2 marzo 2012 presso l’ufficio di Nicolino Sarcone. I partecipanti sono Gianluigi Sarcone, Pasquale Brescia, Alfonso Paolini, Antonio Muto (classe 55) e naturalmente Nicolino Sarcone, Giuseppe Pagliani e Alfonso Paolini. Al termine della riunione arriva anche Salvatore Salerno. “L’oggetto dell'incontro - si legge nella sentenza - verte sostanzialmente sulle lamentele dei calabresi le cui imprese non possono più lavorare per le interdittive del Prefetto, per la compagna di stampa ostile e per le cooperative che erano privilegiate rispetto alle imprese meridionali. Le reazioni che si erano affacciate in campo consistevano in una mobilitazione collettiva (sit-in avanti al Municipio), nell'apertura di un "circolo della libertà", nel diffondere articoli di stampa che valessero come risposta alla campagna ritenuta denigratoria messa in atto. Non si era raggiunta una conclusione e Pagliani se ne era andato dicendo che, se volevano riconvocarlo, lo avrebbero potuto fare tramite Paolini”. Poche ore dopo è lo stesso Paolini a commentare l’incontro con Muto: “... secondo me dobbiamo farla con Giuseppe.. altre persone non ce ne sono che ci possono sostenere... secondo me o no?... “e Muto risponde: “c’è solo lui, solo lui... perché poi gli facciamo una forza quand'è che farà... le votazioni… compà solo lui lo può fare e nessuno più ...”. Muto è inoltre convinto della necessità di avere appoggio nell'amministrazione comunale perché “ .. .la potenza è là ... hai capito? ... “. Prosegue la sentenza: “Quello del 2 marzo doveva essere un incontro preliminare in vista dell’organizzazione di un evento di più largo respiro, evento che consisterà in una cena fra esponenti del mondo politico ed imprenditoriale organizzata la sera del 21 marzo 2012, presso il ristorante Antichi Sapori di Pasquale Brescia”. Paolini raccomanda inoltre a Pagliani anche la causa di Alfonso Diletto ("e... che ho un altro umico là a Brescello che ha .. anche bisogno di muoversi... là eh!"). L'organizzazione materiale della cena viene gestita prevalentemente da Alfonso Paolini che viene contattato il 15 marzo da Pagliani: "io ho già preso delle fotocopie dei giornali da darvi per un attacco che ho fatto alla Masini sulle infiltrazioni mafiose" afferma il politico. Sorgono anche delle divergenze tra Nicolino Sarcone e Alfonso Diletto in merito al carattere da dare alla serata: per il primo all'appuntamento con il politico deve partecipare un numero selezionato di soggetti, per Diletto deve trattarsi, invece, di un numero importante "per far vedere la forza". Alla fine partecipano circa 30-40 persone, fra le quali, oltre ai massimi referenti del sodalizio di 'ndrangheta emiliano Nicolino Sarcone e Alfonso Diletto, anche Pasquale Brescia, Alfonso Paolini, Gianluigi Sarcone Giuseppe Iaquinta, Michele Colacino e Alessandro Palermo. Vi è chiaramente Giuseppe Pagliani ed altri esponenti del mondo politico locale area PdL come l’avvocato calabrese Caterina Arcuri e il consigliere comunale Rocco Gualtieri. Presente anche l’avvocato Antonio Sarzi Amadè, numerosi autotrasportatori invitati da Diletto e la giornalista Isabella Trovato. Anche in questo caso sono i carabinieri di Fiorenzuola d’Arda a svolgere il servizio di osservazione, pedinamento e controllo. Al termine della cena, poco oltre la mezzanotte, Pagliani commenta con la fidanzata quanto accaduto in serata, non trattenendo un “fanciullesco entusiasmo” (è quanto si legge nelle motivazioni della sentenza): “e mi hanno raccontato le testimonianze pazzesche.. pazzesche su tangenti che le cooperative si facevano dare da loro per raccogliere dei lavori.. guarda che la cooperativa rossa è una mafia schifosa, con roba da processo, veramente una roba schifosa.. ho saputo più cose stasera che in 10 anni di racconti dell'edilizia reggiana! perché questi sono la memoria dell'edilizia, degli ultimi 30 anni a Reggio han costruito loro eh! […] è difficile trovare un edificio dove non ci siano stati un po’ di cutresi a costruirlo […] è stato molto molto molto importante.. vogliono usare il partito, non vogliono usare altre linee, vogliono usare il partito, proprio il PDL per andare contro la Masini, contro la Sinistra, anche per la discriminazione.. dice: "fino a ieri noi gli portavamo lavoro, eravamo la ricchezza di Reggio […] oggi ci hanno buttati a terra via come se fossimo dei preservativi usati”. E termina con un riferimento a Sonia Masini: “adesso gli faccio una cura come dio comanda!”.

Altra telefonata di rilievo è quella che vede ancora una volta protagonista Giuseppe Pagliani, questa volta insieme all’avvocato Antonio Sarzi Amadè. In questa conversazione, si legge nella sentenza, “si intende che la strategia da attuare prevede un forte "attacco dei nemici", individuati oltre che nella Presidente della Provincia Sonia Masini, anche nel Presidente della Camera di Commercio di Reggio Emilia Enrico Bini nonché, chiaramente, nell'azione del Prefetto”: (PAGLIANI: “ma noi lo usiamo il PDL? cioé lo usiamo ti PDL per...” - SARZI AMADE': “ma il PDL lo usi dopo! prima fai la manovra che attacchi tutto pesantemente"). Nel corso della stessa conversazione, però, Sarzi Amadè mette in guardia Pagliani su alcuni dei soggetti presenti alla cena: “c'era della gente che a me non piaceva […] e non so se hai notato che io non ho detto un cazzo... eh ... soprattutto c'era della gente che a me non piaceva, ti ho detto, siccome quella gente li a me non piacciono” e alla domanda di Pagliani di specificare meglio, Sarzi Amadè risponde: “Sarcone”. La stessa sensazione viene percepita e manifestata dall'amica e collega Caterina Arcuri, anche lei presente alla cena: "Guarda io ho una sensazione. Qua non sappiamo chi c’era. Cioé,io non li conoscevo. Quindi, prima di fare qualcosa, assicurati effettivamente che le persone che ti hanno fatta questa proposta" .. perché ho detto… io la mia terra la conosco bene o male.. la mentalità, la storia della mia.. del mio paese… la conosco, fai attenzione". Di queste telefonate ha lungamente parlato il Maggiore Leuzzi durante l’udienza del 2 febbraio. Ma ne parla anche il giudice, sempre nelle motivazioni della sentenza: “L'unico che sembra non essersi accorto di nulla ed anzi smorza i dubbi dei suoi interlocutori pur avendo - a differenza di tutti gli altri - partecipato anche all’ incontro tenutosi presso l'ufficio di Sarcone il 2 marzo è solo Pagliani”. Il 28 marzo 2012, una settimana dopo la cena agli Antichi Sapori, Pagliani contatta il senatore Filippo Berselli per fissare un appuntamento "con Rocco Gualtieri, per una questione molto importante, il nostro consigliere sai della comunità calabrese, consigliere comunale di Reggio, io dovrei quando puoi, quando hai tempo, rubarti cinque minuti a Bologna". Il 2 aprile avviene dunque l’incontro tra Pagliani, Berselli e Gualtieri. Il Pubblico Ministero ha ritenuto di avere acquisito sufficienti elementi per sostenere che “in quella sede Pagliani aveva segnalato al senatore la problematica della misure interdittive ritenute ingiustamente adottate dal Prefetto di Reggio Emilia nei confronti dei calabresi, cosi tentando di dar corso al patto politico-mafioso stipulato”.Filippo Berselli, ascoltato dagli inquirenti, ricorda a fatica quell’incontro e afferma: “mi sembra di ... di non escludere che mi sia stata rappresentata una situazione eh .. di ... persecutoria del Prefetto di Reggio Emilia nei confronti di qualcuno, mi sembra di ... io non lo escludo, anzi prima ho detto lo escludo adesso, ripensandoci, mi sento di non poterlo escludere, non ci metterei la mano sul fuoco [...] Non gli ho dato più importanza a sta cosa, non mi ricordavo neanche del colloquio però sì credo che l 'oggetto fosse le misure interdittive”. La Difesa di Pagliani, invece ha apportato numerose prove dimostranti il fatto che l’oggetto dell’incontro fosse stata la richiesta avanzata all’onorevole Berselli per "sveltire" una pratica di sdemanializzazione di un terreno appartenente ad una società di cui era socio il padre di Rocco Gualtieri. Il 31 marzo 2012 è invece Pagliani a cercare Paolini, mosso dal bisogno di raccogliere “qualche firmetta tra gli amici dalla comunità calabrese" per presentare una lista civica a Campegine. In questo caso l'intervento dei cutresi non è decisivo, in quanto, pur avendo la lista civica "L'ALTRA CAMPEGINE" raccolto le firme necessarie per essere ammessa alla competizione elettorale, il candidato Sindaco Ivano Pedrotti ottiene soltanto il 3,29% dei suffragi. La circostanza viene però giudicata indicativa di come il politico “si fosse posto subito (e nonostante la telefonata di Sarzi Amadè che lo aveva messo in guardia pronunciando espressamente il nome di "Sarcone") a riscuotere il suo credito”.

Il meccanismo si inceppa a luglio 2012 quando il Prefetto di Reggio Emilia emette alcuni decreti interdittivi nei confronti di alcuni dei partecipanti alla cena. Questi decreti dispongono la revoca dell’autorizzazione alla detenzione e/o al porto di armi. I personaggi colpiti sono Pasquale Brescia, Giuseppe Iaquinta, Antonio Muto e Alfonso Paolini. A questo punto Nicolino Sarcone, interpellato da Paolini, decide di rivolgersi a Giuseppe Pagliani, questa volta non in qualità di politico ma in qualità di avvocato affinché possa dar loro una mano per redigere i ricorsi al TAR. Il 18 luglio 2012 Sarcone e Diletto si recano presso l’ufficio dell’avvocato Pagliani che però è assente e vengono ricevuti dal collaboratore di Pagliani, Libero D’Incecco, incaricato di occuparsi della pratica. Resosi però conto di non essere in grado di svolgere la pratica, D’Incecco decide di non accettare l'incarico e ascoltato dagli inquirenti afferma di avere piena autonomia per la gestione dei "clienti poco importanti" o le pratiche di scarso rilievo dello studio. Questa circostanza viene giudicata dal giudice come “chiaro segnale di cedimento di Pagliani, che era stato sicuramente informato da Paolini che a lui si era rivolto, tranne poi essere deviato su D'Incecco dei provvedimenti prefettizi adottati e del servizio dei carabinieri effettuato presso gli Antichi Sapori che ne costituiva la causa fondante. L'anomalia che a Pagliani non poteva non essere balzata alla mente era che a quella cena c'era anche lui. Ed è verosimile che già allora il politico avesse intuito che la vicenda avrebbe probabilmente avuto un risvolto pubblico. In ogni caso, da questo momento in avanti, gli argomenti che Pagliani si era impegnato a spendere per il sodalizio avevano perso tutta la loro portata astratta ed accattivante, perché avrebbero, sempre e comunque, parlato anche di lui. In questo momento Pagliani cominciava a difendere la sua persona”. Ecco spiegata dunque la “piena e consapevole adesione al progetto propostogli da Nicolino Sarcone, salvo poi defilarsi,forse anche impaurirsi, al verificarsi di una inaspettata evoluzione degli eventi” di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo. È l’avvocato Sarzi Amadè che prepara i ricorsi al TAR, ai quali Pagliani decide di allegare una lettera in cui afferma di essere stato presente alla cena rivendicando la natura politica dell'iniziativa e precisando che "alla serata hanno partecipato tante persone sopraggiunte alla spicciolata in quanto argomento dell'incontro era la grave crisi dell'edilizia, delle imprese meridionali operanti sul territorio reggiano, il rapporto con ti sistema creditizio e le gravi esternazioni che la presidente della Provincia Sonia Masini mia concorrente aveva rilasciato ai giornalisti nei giorni precedenti. La partecipazione all'incontro era libera e ciascun partecipante che si è intrattenuto alla cena ha provveduto a pagare il proprio conto". Nel redigere i ricorsi al giudice amministrativo in favore dei soggetti colpiti dalle interdittive prefettizie, l’avvocato Sarzi Amadè scrive il nome di Pagliani tra gli organizzatori della cena. A questo punto Pagliani è costretto a rilasciare una dichiarazione pubblica: “A tale cena sono giunto dopo circa un’ora dall’inizio. Ho svolto il mio intervento come sempre faccio in qualsiasi occasione pubblica in cui sono invitato. A questa cena erano presenti giornalisti reggiani oltre a numerosi professionisti anch’essi interessati ai problemi legati alla crisi economica dell’edilizia. Purtroppo l’avvocato Antonio Sarzi Amadè, che era presente alla cena, nel ricorso presentato al Tar di Parma ha scritto erroneamente che la stessa era stata da me organizzata. Da sempre sostengo l’opera del Prefetto Antonella De Miro volta a combattere fenomeni di infiltrazioni malavitose nel nostro territorio provinciale, e nessuno potrà con notizie strumentali mettermi contro la stessa ammiro chi opera a favore della giustizia e da storico militante della destra politica ritengo che l’ordine pubblico, laddove vi siano colpe provate, sia un valore da imporre con fermezza nella società in cui viviamo”.

Pagliani opta dunque per la linea difensiva del contrattacco. “Si potrà discutere dell'opportunità di quel tipo di difesa - si legge nella sentenza - e sostenere che fosse più opportuna una richiesta pubblica di scuse adducendo un errore dì valutazione della caratura criminale dei soggetti che lo avevano coinvolto nell'iniziativa, ma non si può negare che egli stesse difendendo se stesso […] Non vi sono elementi per sostenere che i sodali si servissero ancora di Pagliani, che non era più il promettente uomo politico della cena del 21 marzo, ma era un uomo politico in forte difficoltà. E in ogni caso, non può sostenersi che Pagliani stesse dando attuazione all'accordo politico-mafioso del 2 marzo, sol considerato che le condizioni di quell'accordo non c’erano più […] Non vi sono elementi univoci che consentano di ritenere che la linea di condotta del Pagliani sia stata determinata dalla volontà di fornire la propria attiva collaborazione all'associazione in un momento di gravi difficoltà e non dalla necessità di difendere politicamente il proprio precedente operato. Tale conclusione non muta alla luce dell'apparizione pubblica del Pagliani, ancorché massimamente inopportuna e fonte di disagio nella pubblica opinione: la partecipazione alla trasmissione televisiva in onda su Telereggio del 10/10/2012 condotta da Marco Gibertini insieme all’avvocato Stefano Marchesini denominata Poke Balle e, quella sera, intitolata "La cena delle beffe". Pagliani era ospite di Gibertini e, nel corso della trasmissione, era mandata in onda un'intervista registrata il giorno prima dagli stessi Gibertini e Marchesini di Gianluigi Sarcone”. Anche il Maggiore Leuzzi, durante l’udienza del 2 febbraio, ha lungamente parlato di questa vicenda: “sono interviste, e lo appuriamo anche con le intercettazioni, che sono state preventivamente preparate. Pagliani si incontra con Gibertini prima della trasmissione e si mette d’accordo con lui” - Bisogna prepararsi! Se vuoi ci vediamo prima! dice Gibertini a Pagliani”.
È questa la vicenda di Giuseppe Pagliani, ricostruita attraverso l’incrocio delle deposizioni, delle motivazioni della sentenza, dell’ordinanza di custodia cautelare, insieme ad articoli di giornale e servizi televisivi. È dunque certo che Pagliani conosceva alcuni protagonisti. È certo che agli occhi di Nicolino Sarcone, Pagliani fosse dotato delle caratteristiche adeguate per farsi protagonista del suo progetto. “Né può dirsi che Sarcone si fosse sbagliato - scrive il giudice - sol si pensi alla facilità e all'entusiasmo con le quali Pagliani si era messo subito al servizio del boss. Ciò senza porsi alcun interrogativo, che invece si erano posti gli altri partecipanti alla cena del 21 marzo. Pagliani non si era posto siffatti interrogativi perché, in primo luogo, a differenza degli altri, aveva stipulato un patto ed attendeva che '"ì voti lo portassero in cielo" e, soprattutto, perché sapeva già le risposte. Infatti, è da escludere l'ipotesi che Pagliani ignorasse la qualità criminale di Nicolino Sarcone. Sirammenta altresì che Pagliani, tramite l’intermediazione di Paolini, avrebbe dovuto incontrare anche Alfonso Diletto.Né vale a modificare il giudizio di consapevolezza del Pagliani il passo della conversazione con l'avvocato Sarzi Amadè nel corso del quale, alle manifestate preoccupazioni di quest’ultimo circa i partecipanti alla cena che non erano di suo gradimento, Pagliani chiedeva di specificare e Sarzi Amadè rispondeva "Sarcone". L'atteggiamento di Pagliani non muta nettamente, non si registra una decisa presa di distanza e sarà Pagliani a chiedere un aiuto a Paolini per la lista elettorale di Campegine […] Il punto è che Pagliani, si è visto offrire adesso nuovi argomenti, una nuova linfa vitale che, sommata ai voti dei calabresi comunque promessi, era divenuta un'opportunità che poteva essere decisiva per la sua carnera politica. Un richiamo per lui irresistibile”.

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