AEmilia

udienza nr. 155

rito ordinario - primo grado

giovedì 8 febbraio 2018

RASSEGNA STAMPA

Aemilia, nuove accuse per gli imputati: “Hanno diretto e organizzato attività della cosca anche dal carcere”

Il FattoQuotidiano.it - 8 febbraio 2018 - di Paolo Bonacini

Entro il 25 febbraio tutto il materiale dovra' essere depositato altrimenti si procedera' comunque con la fase successiva del dibattimento, quella finale, delle Aggiornati i capi di imputazione del maxi processo di 'ndrangheta. Accusati di essere ai vertici: Gianluigi Sarcone, attualmente detenuto lontano da Reggio Emilia, e Luigi Muto, a piede libero. Si indaga su altri complici. La sentenza rischia di slittare a settembre.
Colpo di scena al processo Aemilia. Nuovi capi di imputazione, dalla ricettazione al riciclaggio, dal reimpiego di denaro sporco alle minacce rivolte ad imprenditori e figure istituzionali. Nuovi nomi che entrano nella lunga lista degli accusati e imputati già noti che salgono ai vertici della cosca con ruoli di direzione e organizzazione delle attività illecite dentro e fuori dal carcere. Infine un nuovo arco temporale, allungato fino ad oggi, per le azioni criminose di cui rispondono dalla primavera del 2016 nell’aula bunker di Reggio Emilia i 147 rinviati a giudizio.

Prima che il giudice Caruso dichiari chiusa l’udienza, alle 13.30 di giovedì 8 febbraio, si alza il sostituto procuratore della Direzione Antimafia Beatrice Ronchi e chiede di poter depositare una nuova formulazione dei capi di imputazione. Riguarda il 416 bis, l’accusa di associazione di stampo mafioso che interessa 34 imputati, mentre altri 20 hanno scelto il rito abbreviato. Per tutti loro i fatti contestati andavano dal 2004 al gennaio 2015 ma ora il termine viene posticipato alla data odierna, con la sola esclusione dei due collaboratori di giustizia Antonio Valerio e Salvatore Muto. Questo perché tutti, anche dopo gli arresti, confermarono secondo la Direzione Antimafia “l’adesione alle regole e alle strategie della ‘ndrangheta”. Lo fecero “in complicità anche con altre persone, alcune già identificate”. Come Carmine Sarcone, residente a Bibbiano e recentemente arrestato a Cutro, fratello del capo assoluto in provincia di Reggio Emilia, Nicolino, di Gianluigi e di Giuseppe detto Peppe. I primi due sono in galera dal 2015, il terzo ancora in libertà. Nicolino è stato condannato nel rito abbreviato a 15 anni con sentenza confermata anche in appello. Altri complici sono classificati nel nuovo atto come “ancora in parte non identificati”, segno di indagini che proseguono e di novità presumibilmente legate ai tanti omissis presenti nei verbali d’interrogatorio dei pentiti.

Le nuove accuse più pesanti si concentrano proprio su Gianluigi Sarcone, attualmente in carcere lontano da Reggio Emilia, spostato dopo la sua recente richiesta di separazione dagli altri detenuti, e su Luigi Muto, attualmente a piede libero. Il primo “dal momento dell’arresto nel gennaio 2015 assumeva dall’interno del carcere un ruolo di direzione e di organizzazione della associazione di stampo mafioso, nei confronti sia degli altri sodali detenuti che di quelli in libertà, anche grazie all’azione di raccordo attuata dal fratello Carmine”. Il secondo “aveva contatti diretti anche con Grande Aracri Nicolino per relazionarlo sulle attività imprenditoriali emiliane e svolgeva il ruolo di collettore tra i vertici della cosca cutrese e gli uomini del sodalizio emiliano”. Rimasto in libertà dopo gli arresti del 2015 “assumeva un ruolo di direzione e di organizzazione mettendosi a disposizione per fornire appoggio, assistenza e aiuto ai detenuti. Assicurava contatti e scambi di informazioni tra loro e gli esponenti in libertà della cosca grazie ai colloqui in carcere con il cugino Salvatore e il fratello Antonio, finiti in galera”.

Dei Muto si sottolineano sempre gli anni di nascita, perché a processo in Aemilia ce ne sono ben nove: sei nel rito ordinario e tre nell’abbreviato. Quattro di loro, per complicare le cose, si chiamano Antonio. Il Muto Luigi che sale di grado in questa fase del processo è nato nel 1975 a Crotone e risiede a Reggio Emilia. Secondo la nuova imputazione si occupa anche di “gestione del patrimonio illecito della consorteria, degli investimenti e della gestione delle attività imprenditoriali intestate a compiacenti prestanome”.

Aemilia: “La cosca cercò di ricattare anche Iren e Transcoop”

Reggio on line - 9 febbraio 2018 - di Margherita Grassi

La Dda di Bologna muove nuove accuse nei confronti di molti imputati. Dal carcere Gianluigi Sarcone e Pasquale Brescia avrebbero orchestrato una strategia intimidatoria nei confronti di aziende e cooperative.

La Direzione distrettuale antimafia rincara la dose contro molti imputati del processo Aemilia. In particolare contro Gianluigi Sarcone e Pasquale Brescia, che – secondo l’accusa – quando già si trovavano in carcere, avrebbero cercato di ricattare non solo il sindaco di Reggio, ma anche i vertici di Iren e di Transcoop, attraverso una lettera recapitata alla Gazzetta di Reggio e poi non pubblicata dal quotidiano. Secondo i pubblici ministeri Beatrice Ronchi e Marco Mescolini, si trattava di ‘una strategia volta a minacciare larvatamente figure istituzionali o imprenditoriali per riscuotere vantaggi dopo l’inatteso indebolimento della cosca derivante dagli arresti dell’operazione Aemilia’. Lo si legge nel provvedimento con cui Ronchi e Mescolini integrano le accuse già pendenti su 34 imputati del processo Aemilia.

Si parla di fatti che sarebbero stati commessi tra il 28 gennaio 2015 e il 6 febbraio 2018. In pratica, in questi tre anni, la cosca avrebbe continuato ad operare da dietro le sbarre con l’aiuto di chi era fuori: come Carmine Sarcone, ad esempio, o altre persone ancora da identificare. Un uomo al vertice: Gianluigi Sarcone, che avrebbe orchestrato la strategia servendosi in primis di Pasquale Brescia. Un ruolo di rilievo, per l’accusa, l’ha avuto anche Luigi Muto (classe 1975): avrebbe approfittato dei colloqui in carcere con il fratello e il cugino per informarli e si sarebbe occupato della gestione del patrimonio illecito e di attività intestate a prestanome.

I dettagli che emergono dalle carte della Procura sono molti: oltre ai contatti tra detenuti e non detenuti, c’era la gestione della vita carceraria, con Gaetano Blasco e Sergio Bolognino alle dipendenze di Gianluigi Sarcone per imporre ai detenuti le regole del clan, fino ad arrivare a pestaggi. Gianni e Antonio Floro Vito avrebbero poi sfregiato il volto del sodale Gabriele Valerioti, in modo da affermare il proprio peso criminale. E ancora: Salvatore Muto avrebbe messo a disposizione di Gianluigi Sarcone un registratore da usare per portare messaggi fuori in modo da condizionare e intimidire i testimoni. E questo fino alla decisione di diventare un collaboratore di giustizia, lo scorso ottobre.

La Corte presieduta da Francesco Maria Caruso ha rinviato al 6 marzo la decisione sulla nuova istanza della Dda, per dare il tempo agli avvocati difensori di preparare opposizione. Quel giorno deciderà se integrare il processo in atto, con tempi che si allungherebbero, o se istruirne uno nuovo.

Business illeciti nell'edilizia e contatti con la 'ndrangheta A giudizio il ‘boss’ Iannone

Cremona oggi - 9 febbraio 2018 - di Sara Pizzorni

Contatti sarebbero stati in essere anche con il mondo politico-amministrativo. Le carte che descrivono il quadro accusatorio riferito all’organizzazione di cui Giovanni Iannone sarebbe stato il capo parlano di “concreto rischio di infiltrazioni nel settore politico-amministrativo”.

Edilizia, illeciti e legami con la ‘ndrangheta. Prima importante tappa giudiziaria per la maxi operazione culminata nell’aprile del 2015 che aveva portato all’arresto di dodici persone coinvolte in attività illecite legate principalmente a truffa, appropriazione indebita, bancarotta fraudolenta e riciclaggio attraverso società edili e di movimento terra. Oggi il gup Letizia Platè ha rinviato a giudizio colui che la procura considera il capo dell’intero sodalizio, Giovanni Iannone, 58enne originario di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.

A processo anche Antonio Del Ponte, napoletano 35enne, e Stefan Dragos Babei, romeno 36enne, tutti residenti a Cremona, anche loro accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, all’appropriazione indebita, al riciclaggio, al falso documentale, al trasferimento fraudolento di valori, ad atti estorsivi, a distrazione di beni, a dichiarazione fraudolenta con fatture per operazioni inesistenti. Obiettivi illeciti per i quali si sarebbe lavorato con la costituzione di alcune società o attraverso l’acquisto di altre, talvolta in chiare difficoltà, poi intestate a prestanome e utilizzate per fare contratti di leasing o noleggio e appropriarsi di mezzi da lavoro senza versare le rate necessarie.

Un’indagine complessa e lunga fatta di intercettazioni telefoniche e ambientali, di pedinamenti e appostamenti. Emersi anche metodi violenti nella gestione delle società, ad esempio nella riscossione di crediti. Secondo quanto ricostruito, le società venivano spolpate e utilizzate per propositi criminali prima di fallimenti pilotati.

Per Iannone, Del Ponte e Babei e per altri imputati finiti nell’inchiesta e oggi rinviati a giudizio, il processo si aprirà il prossimo 29 maggio davanti al collegio.

Condannati, invece, Antonio Iannone, crotonese, il figlio 37enne di Giovanni, e Carlo Iannone, 64enne di Isola Capo Rizzuto, fratello di Giovanni. Antonio e Carlo sono stati processati con il rito abbreviato e condannati, Antonio a due anni e sei mesi, e Carlo a sei mesi (per Antonio il pm Carlotta Bernardini aveva chiesto sei anni, mentre per Carlo quattro anni e due mesi). Molti episodi sono caduti in prescrizione. Antonio è stato condannato per un episodio di bancarotta fraudolenta, mentre Carlo per una truffa. Giovanni e Carlo Iannone sono difesi dall’avvocato Raffaella Parisi, Antonio Iannone dall’avvocato Marcello Lattari, Del Ponte dal legale Alessandro Corrà, mentre Babei dall’avvocato Francesco Ferrari.

Il fascicolo d’indagine era arrivato a Cremona nel 2010 dalla procura distrettuale di Brescia attiva nel contrasto ai fenomeni di mafia. A Brescia, l’inchiesta era stata aperta inizialmente con l’accusa di associazione mafiosa, poi caduta dopo la valutazione del gip bresciano. Successivamente gli atti erano stati trasferiti alla procura cremonese.

Sebbene non sia stata contestata l’accusa di associazione mafiosa, non sono comunque mancati nell’inchiesta i collegamenti con ambienti di ‘ndrangheta, considerati i contatti tra Giovanni Iannone e personaggi come Francesco Lamanna, finito nell’inchiesta ‘Aemilia’ e ritenuto il referente nel cremonese della cosca Grande Aracri di Cutro. Un segnale della vicinanza agli ambienti della ‘ndrangheta è determinato da un incontro avvenuto nel 2010 nella sede di una delle società e al quale hanno partecipato Giovanni Iannone, Francesco Lamanna, Salvatore Muto, il presunto guardaspalle di Lamanna nel cremonese, finito pure lui nell’inchiesta ‘Aemilia’, e Nicolino Sarcone, il presunto uomo di fiducia della cosca Grande Aracri a Reggio Emilia. Si discuteva di possibili affari con fatture inesistenti.

L’indagine menziona infiltrazioni in appalti con lavori in nero quando formalmente l’azienda titolata era un’altra (l’allora procuratore Roberto di Martino aveva fatto riferimento al cantiere per la costruzione del nuovo ospedale di Bergamo) e possibili infiltrazioni nel settore politico-amministrativo.

Nell’ordinanza di arresto firmata dall’allora gip Guido Salvini si menzionano fatti “i cui contorni non sono ancora ben definiti, ma consentono di avere un quadro ancora più chiaro della spiccata capacità criminale e pericolosità sociale di Iannone Giovanni e delle persone attorno a lui gravitanti”. La vicenda riguarda contatti tra Giovanni e Antonio Iannone e due soggetti interessati a coinvolgerli in una operazione speculativa per arrivare al cambio di destinazione d’uso di un terreno nel cremonese (da zona agricola a residenziale) che avrebbe così moltiplicato il valore fino a decine di milioni di euro. Uno dei due interlocutori degli Iannone sembra potesse contare su un politico non identificato a cui “bisognava dare una mano” alle elezioni regionali del 2010 in cambio di un intervento per il cambio di destinazione del terreno. In un’intercettazione del 3 marzo 2010 Giovanni Iannone sostiene di poter garantire “i voti della famiglia e degli amici della famiglia”.

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