AEmilia

udienza nr. 154

rito ordinario - primo grado

martedì 6 febbraio 2018

RASSEGNA STAMPA

Aemilia, la difesa di Bianchini mette sulla graticola i periti

Reggio Sera - 6 febbraio 2018

Contestata la relazione sulle presunte false fatture e sul passaggio della ditta ai figli. Prossima udienza il 27 febbraio: la sentenza è attesa in primavera.

Augusto Bianchini si aggiudica il secondo round contro i periti contabili incaricati dalla Corte del maxi processo Aemilia contro la ‘ndrangheta. Se infatti nella scorsa udienza le conclusioni della relazione presentata dai tecnici di Price Water Cooper hanno confermato tutte le accuse mosse al costruttore modenese (imputato insieme alla moglie e al figlio Alessandro), il contro-interrogatorio dei periti di questa mattina a Reggio Emilia, da parte degli avvocati della difesa, ha assunto ben altro tenore.

In una perizia di quasi 2.000 pagine, basata in sostanza solo sulle carte agli atti del processo e senza particolari approfondimenti, il legale dei Bianchini, Giulio Garuti, ha infatti avuto buon gioco nel mettere a segno una serie di contestazioni convincenti, per quanto limitate a specifici capi di imputazione. La condanna in primo e secondo grado di Giulio Gerrini, ex capo dei Lavori pubblici del Comune di Finale Emilia, lascia infatti pochi dubbi sui favoritismi di cui le ditte edili della famiglia Bianchini (a loro volta strette secondo i Pm nelle grinfie della cosca) abbiano goduto per vincere gli appalti della ricostruzione post sisma nel cratere modenese. Alcuni anelli deboli, invece, emergono in merito alla falsa fatturazione e alla presunta fittizia intestazione delle imprese che Bianchini padre, una volta escluso dalla white list, avrebbe passato a moglie e figli per continuare a gestire l’attivita’ familiare.

Nello specifico l’avvocato Garuti ha chiesto ai periti su che basi hanno affermato che Alessandra Bianchini non aveva alcun tipo di esperienza per svolgere l’incarico di amministratore delegato della ditta paterna. “All’epoca dell’acquisizione delle quote – e’ la risposta – lei aveva 25 anni e nelle sue precedenti dichiarazioni dei redditi aveva dichiarato poche centinaia di euro. In base a questo abbiamo dedotto che non aveva mai lavorato. Se abbia fatto master o altro non lo sappiamo, ma l’esperienza e’ un’altra cosa”.

Fulminante la risposta del difensore: “Zuckerberg a 23 anni ha fondato Facebook”. Incompetente a gestire la societa’, secondo la perizia sarebbe stato poi anche l’altro figlio di Bianchini, Nicola. Per stessa ammissione dei tecnici, pero’, il giovane era socio al 40% della societa’ e non aveva ruoli gestionali. Sempre Nicola Bianchini, dicono i contabili della Pwc, non risultava solvibile rispetto agli impegni assunti per acquisire parte delle quote della ditta del padre. La difesa ha dimostrato che pero’ nel 2013 disponeva di 36.000 euro e avrebbe dovuto restituire solo 500 euro all’anno.

“Questo pero’- ribattono i periti- potendo contare su una dilazione del pagamento in molti anni. E comunque in una contrattualistica commerciale normale non si cedono quote senza garanzie”. Infine su Alessandro Bianchini, che con la sua ditta Ios avrebbe portato avanti i cantieri della Bianchini costruzioni, l’avvocato Garuti evidenzia che la societa’ aveva un capitale di 10.000 euro, che ben difficilmente avrebbe potuto continuare il lavoro di un’impresa che che fatturava 14 milioni di euro (nel 2012). Questo anche a fronte del passaggio da una societa’ all’altra di dipendenti e mezzi (il valore di quelli della Bianchini era di 1,1 milioni, della Ios circa 35.000 euro).

Altra contestazione riguarda le affermazioni dei periti sul fatto che il prezzo di cessione delle quote della ditta di Bianchini ai figli non rispettava il reale valore della societa’. Questo secondo le dichiarazioni della moglie dell’imprenditore Bruna Braga, rilasciate in aula il 10 maggio dell’anno scorso. Nel verbale di quella deposizione, pero’, si legge che dopo l’esclusione dalla white list, il valore della Bianchini “era calato in modo spropositato”, e quindi ” le dichiarazioni di Bruna Braga dimostrano proprio il contrario”.

In dettaglio dai 14 milioni del 2012, il fatturato dell’azienda era sceso nel 2013- anno della cessione delle quote- a 5,8 milioni. Smontata infine l’accusa per cui i 38.000 di una fattura pagata dalla Bianchini ad una societa’ dell’imputato Giuseppe Giglio (Transmoter) sarebbero ritornati per vie traverse al mittente. I periti hanno confermato la natura fittizia della fattura, ma “non c’e’ nessun elemento che ci faccia concludere che i soldi sono stati restituiti al mittente”. L’incalzante contro interrogatorio della difesa non e’ piaciuto al Pm Marco Mescolini, che ad un certo punto ha esclamato: “Questo contro esame e’ una requisitoria anticipata”.

Dopo oltre 120 udienze il processo stacca la spina per tre settimane. La prossima udienza e’ infatti prevista per il 27 febbraio. La sospensione e’ stata discussa nei giorni scorsi e, nel frattempo, si dovra’ procedere al deposito del corposo materiale delle trascrizioni di tutte le intercettazioni degli imputati. Alla ripresa dei lavori comincera’ la parte della discussione, in cui l’accusa e la difesa tireranno in sostanza le somme di due anni di udienze. La sentenza e’ attesa per la prossima primavera.

Condannata la “cellula” catanzarese dei Grande Aracri

Corriede della Calabria - 7 febbraio 2018

CATANZARO Condanne da 15 anni a 1 anno di reclusione per gli imputati del processo Kyterion contro la cosca Grande Aracri di Cutro che si è svolto davanti al tribunale collegiale di Catanzaro. Quindici anni e 12mila euro di multa sono stati inflitti a Gennaro Mellea; 9 anni sono stati comminati a Roberto Corapi; sette anni  e 7mila euro di multa per Alex Schicchitano; un anno di reclusione e 2mila euro di multa è la pena per Esterino Peta. Sono stati riconosciuti inoltre i risarcimenti per le parti civili costituite: Libera, risarcita con 15mila euro, e la Regione Calabria, 25mila euro.
Questo stralcio del procedimento Kyterion era stato trasferito a Catanzaro per questioni di competenza territoriale. Gli imputati vengono, infatti, considerati appartenenti alla “cellula” catanzarese della cosca Grande Aracri.
In particolare, Gennaro Mellea (conosciuto come Piero o Pierino), è accusato di avere il ruolo di capo della “cellula criminale” operante nella provincia di Catanzaro, fidatissimo referente nella provincia di Catanzaro di Nicolino Grande Aracri, a capo del sodalizio di ‘ndrangheta denominato “locale” di Cutro. Secondo l’accusa Mellea «assume le decisioni più rilevanti e dirige le azioni concrete da compiere nel territorio di Catanzaro, impartendo puntuali disposizioni agli altri associati a lui subordinati». Roberto Corapi è considerato il fidato collaboratore di Mellea che aiuta nella organizzazione e direzione, in particolare assumendo con Mellea le decisioni più rilevanti, e «impartendo puntuali disposizioni agli altri associati a loro subordinati».
Alex Schicchitano è accusato di una serie di tentate estorsioni ai danni di ditte e commercianti di Catanzaro, ponendo in essere minacce come posizionare bottiglie incendiarie davanti alle sedi delle ditte attenzionate dalla cosca. Esterino Peta è accusato di detenzione e cessione illegale di armi da fuoco, reato dal quale la sentenza ha escluso l’aggravante mafiosa.

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Fuoco incrociato sulla perizia
Finale Emilia: uno snodo del processo
Contro la visita del dittatore