- Appunti da un processo che riguarda noi tutti - trascrizione dell'intera udienza

giovedì 30 giugno 2016



ore 10.00: In aula. Inizia l’udienza

Esame di Nicola Rigolli

Esame di Pierferdinando Prior

Esame di Melegari Danilo, comandante della Stazione dei Carabinieri di Neviano degli Arduini


 

Entra in aula il teste, Nicola Rigolli (vedere la sezione  "APPROFONDIMENTI - La vicenda ARCADE srl di RIGOLLI Nicola").

Rigolli: Nel 2008 ho aperto una azienda, ho acquistato un terreno da un componente della famiglia Vetere, Rosario. C’è stata una trattativa e dopo il terreno mi avevano chiesto di far fare loro i lavori di ristrutturazione e ho fatto tre preventivi. Con la General Contractor Group, le trattative iniziali le ho fatte però con Francesco Lerose. Questo nel 2009. Il prezzo del terreno fu di 200.000 euro, l’appalto concesso alla General Contractor fu di 30.000 euro.
 

Rigolli: Venni a contatto con i componenti della General Contractor Group,  ovvero Pierino e Pasquale Vetere e Francesco Lerose. I rapporti erano lineari e puliti, molto sereni. Fino a metà 2011. Poi abbiamo fatto la prima lottizzazione, c’era una scaletta di pagamenti che ho rispettato. C’era un secondo lotto che era stato già saldato. E poi bisognava ultimare i lavori. Da metà 2011 ho iniziato ad avere tensioni legati a extra di pagamenti di interessi delle anticipazioni che loro facevano. Più che da parte dei Vetere, da parte di Lerose provenivano richieste poco ortodosse. Telefonate insistenti e intimidatori. Visite nei miei uffici anche in mia assenza. Questa situazione di tensione era diventata pesante, sembrava aver avuto una fine nel dicembre del 2011. Dopo gli incontri con architetti, geometri del cantiere si era arrivati a formulare una cifra che andasse bene a entrambi di chiusura delle opere, stimati in 90.000 euro.
 

Rigolli: Abbiamo chiuso la questione con 90.000 euro. La situazione era molto pesante dal punto di vista di telefonate. Una volta ero all’estero e avevano intimorito i miei dipendenti dicendo che sarebbero tornati in maniera cattiva. Francesco Lerose e Pierino Vetere, erano loro due. Il più aggressivo era Francesco Lerose. Prima non avevo sporto denuncia ma avevo detto solo ai carabinieri che avevo ricevuto delle pressioni. Non ho legami con questo tipo di situazioni, avevo conosciuto il Maresciallo Calì due anni prima perché mi era stata incendiata la macchina e mi aveva aiutato. L’incendio della macchina avvenne nel 2009 e chiesi consiglio al Maresciallo Calì. Il terreno fu acquistato a fine 2008, l’incendio avvenne a settembre 2009. Erano già stati fatti i preventivi e forse i lavori erano già stati appaltati dalla General Contractor Group.
 

Documento datato 15 ottobre 2010. Contratto del secondo lotto e l’elenco lavori da effettuare. Il primo contatto fu fatto in maniera molto seriosa, ma visto il buon rapporto tra le parti e il lavoro che proseguiva tranquillamente, il secondo contratto è molto più snello e conciso. Rammenta le poche lavorazioni da fare nel lotto aggiuntivo, solo una tettoia che sosteneva il fotovoltaico. Quindi non solo il secondo lotto ma anche indicazioni residue.
 

Rigolli: Rivendicazione di interessi. Dopo qualche mese di pressione siamo arrivati all’accordo di 90.000 euro. Lerose aveva un resoconto dei lavori extra e c’erano anche interessi che però non erano riconducibili a me perché tutti i pagamenti erano stati effettuati da me in maniera regolare. Lavori extra fantomatici, molti erano già compresi nel primo accordo, situazioni per cercare di portare a casa più soldi dall’appalto. Di sicuro c’erano alcune voci che andavano pagate. La reale situazione era di massimo 70.000 euro reali, a mio parere. Ma non c’era un clima sereno e concordato 90.000 euro. Il clima non era sereno anche davanti agli architetti e ingegneri, si urlava, minacce velate “questo capannone è mio, i lavoratori vanno fuori”, telefonate pressanti. Una volta Lerose è addirittura venuto a casa mia, una volta ero fuori e disse ai miei dipendenti che il capannone era suo e loro non dovevano più presentarsi. Con cattiveria. Le minacce sono arrivate sul finale, prima c’era molta pressione.
 

PM Mescolini: Lei il 17 ottobre 2011 ha riferito ai carabinieri in riferimento a questo periodo “sono stato da loro bersagliato con intimidazioni verbali e accessi nei miei uffici al fine di pagare qualcosa a loro non dovuto”.
Rigolli: Si, se le piombano in casa, o in azienda, o ti dicono di spaccarti il cartongesso, lei sarebbe tranquillo?
 

Rigolli: Ai 90.000 euro finali si arriva per porre fine a questa storia. La volontà era quella di chiudere la situazione, finire l’immobile.
 

Rigolli: Dicembre 2011. La cosa si normalizza. Riprendono lentamente i lavori. Dei 90.000 euro me ne rimanevano circa 65.000 euro. Un giorno mi chiamò Lerose per pagare un fornitore “mi sono rotto i coglioni”. Il giorno dopo, alle 6.30 del mattino si presentano Pierino e Pasquale Vetere e Francesco Lerose da me. Mi è stato annunciato da Lerose che avrei dovuto pagare 75.000 euro di extra. Al mio rifiuto, Pasquale era piuttosto tranquillo, Pierino dava più manforte a Lerose, il più aggressivo che mi ha spinto contro il tavolo è stato Lerose. Lerose mi disse che avevo rotto i coglioni, che mi avrebbe spaccato il culo e che avrei dovuto pagare e che dovevo dargli altri 75.000 euro. Io dissi che non ne volevo sapere nulla e che dopo l’ultimo accordo non volevo altre situazioni. Eravamo soli io e mio padre. Avevo paura per mio padre che ha una invalidità al 100% a causa di una emorragia celebrale che lo ha colpito quando io avevo 17 anni.
 

Rigolli: Trattative che portano ai 90.000 euro. Vari incontri con i Vetere e con Lerose. Alle prime riunioni c’era anche Francesco Palombella e anche lui fece qualche pressing iniziale.
 

Rigolli: Ero solo, l’azienda al buio, mio padre disabile. C’erano tre persone davanti a me. Io ho detto che avrei chiamato i carabinieri e loro mi hanno detto “chiamali chiamali che vengono anche loro, ce ne freghiamo”. Io ho chiamato, dopo 5 minuti di discussioni in cui mi dicevano che dovevo fare quello che mi dicevano. Mi ha chiamato il Maresciallo Calì e dopo pochissimi minuti entrarono i Carabinieri.
 

Rigolli: Loro furono arrestati, il giorno dopo venne da me la moglie di Lerose per chiedermi se non mi vergognavo di aver mandato in carcere un padre di famiglia. Contatti con Francesco Migale. Mi chiamò per dirmi di ritirare la denuncia, ci siamo incontrati. Io dissi che non avrei ritirato la denuncia anche perché i carabinieri avevano sentito e visto tutto.
 

Termina l’esame del PM Mescolini.
 

Inizia il CONTROESAME del teste, Nicola Rigolli, da parte dell’avvocato difensore di Vetere Pierino.
Rigolli: Accordo dei 90.000 euro. Lo avevamo chiuso io, Pierino Vetere,  Francesco Lerose, Francesco Palombella, ma non ricordo se c’era anche Pasquale Vetere. I toni si erano scaldati, le pretese erano alte.
Termina il controesame del teste, Nicola Rigolli, da parte dell’avvocato difensore di Vetere Pierino.
 

Rigolli: Prima ero più curioso sul perché potessero succedere cose del genere. Se ne sentono di ricatti. Ad oggi vedo, perché mi è successo sulla mia pelle, la serietà delle persone va a farsi benedire.
 

NDR: Gli imputati dalle gabbie protestano animatamente.
 

Entra in aula il teste, Pierferdinando Prior.

Sono stato principale azionista della Tiptronik, fallita nel 2012. Avevo rapporti con Maffioletti e con la sua azienda, la Metalma. Nel 2011 verso settembre, ottobre, partecipo a una riunione presso gli uffici della Metalma di Maffioletti in provincia di Bergamo e a questa riunione è presente Gualtieri Antonio, un’altra persona e il signor Maffioletti.  L’oggetto della riunione era una eventuale collaborazione con nuovi clienti interessati a uno sviluppo commerciale non ben definito. Non ho avuto una buona impressione, ero perplesso di fronte alla figura di Gualtieri. Quello che è stato detto nella riunione non lo ricordo in modo specifico, ma per il tipo di esperienza che ho sono abituato a valutare le persone che ho di fronte. Era una persona, Gualtieri, che non mi aveva fatto una buona impressione.
 

Prior: Dopo la riunione chiesi a Maffioletti chi fossero queste persone ma lui fu molto vago. Due giorni dopo arriva una telefonata presso il mio ufficio, erano circa le dieci del mattino, la mia impiegata rispose che io ero impegnato, la persona al telefono disse che era il signor Antonio, dopo circa mezz’ora richiama “gli dica che l’ho cercato”. L’impiegata mi disse che una persona mi aveva cercato per ben due volte, ma non avevo fatto mente locale che fosse lui. Lui lasciò detto che avrebbe chiamato lui. Richiamò dopo circa un’ora, mi disse che voleva incontrarmi e me lo disse in modo molto convinto.
 

Prior: Nella prima riunione che io ho avuto da solo con Gualtieri, avvenuta a Reggio Emilia, lui mi ha detto “lei come Tiptronik ha un debito con la Metalma di Maffioletti di più di un milione di euro”, io li ho contestati subito. Ho un debito con la Metalma perché il rapporto tra la Tiptronik e la Metalma era duplice, in alcune attività eravamo loro fornitori, in altre loro clienti. Posizione di credito da parte di Metalma nei confronti di Tiptronik di circa un milione. E la posizione di credito della Tiptronik nei confronti della Metalma di poco più di un milione. Vengo chiamato in modo insistente e allora andiamo da Maffioletti per capire cosa stava accadendo. Maffioletti mi ha spiegato la situazione e io dissi che avevamo due posizioni di credito e debito equivalenti, per noi era la normalità. Maffioletti, avevo capito, che non aveva più il controllo della situazione dato che Gualtieri si arrogava il diritto di pretendere questi soldi da me. Aveva un forte controllo psicologico su Maffioletti.
 

Prior: Gualtieri mi convoca presso alcuni uffici. Lui mi riceve, chiude la porta e ribadisce il concetto del credito. Dicendo che aveva un tipo di situazione prospettata da Maffioletti, “sto entrando in collaborazione con Maffioletti e ho visto che lei deve pagare questi soldi. A me non interessano i debiti ma i crediti”. Mi ha raccontato la sua storia e mi ha fatto capire che persona era. Mi da la possibilità di pensare a un piano per avere quella cifra. Mi ha detto che era stato in carcere, aveva avuto parecchi precedenti penali, e che era stato più volte condannato. Mi aveva detto in modo chiaro che aveva una serie di processi in corso e che non aveva nulla da perdere. Mi ha lasciato i documenti sul tavolo dicendo che doveva rispondere a altre persone di questa situazione, me l’ha presentato come un dato di fatto a cui dovevo reagire solo pagando.
 

Prior: Gualtieri mi ha dato un termine di qualche giorno per presentargli un piano di rientro per sanare in debito, mi viene detto che comunque il primo importo doveva essere consistente. Non potevo pensare di affrontare un piano di rientro con importi iniziali minimali. Mi chiese circa 100.000 euro. Il primo pagamento che ho fatto è stato di 88.000 euro e mi disse che il pagamento doveva essere fatto alla Metalma, poi lui avrebbe gestito questa situazione.
 

PM MESCOLINII: Ai carabinieri disse “Gualtieri tagliava corto e mi disse che dopo questo pagamento avrei dovuto pagare 20.000 euro al mese e che lui avrebbe onorato l’impegno preso con la famiglia mafiosa della Calabria ”
 

PRIOR: si, esattamente. Ricordo di aver fatto un bonifico di 88.000 euro. Ricordo che mi aveva chiesto un piano di rientro ma che non doveva essere mai inferiore a 20.000 euro periodici. Mi diceva che aveva necessità di rapporto settimanale su questa situazione e altre situazioni a altre persone.
 

Prior: Per me fare quel pagamento di 88.000 euro fu uno sforzo enorme. Noi lavoravamo con 13 banche, era un periodo molto difficile. Si originò una situazione di difficoltà che poi ha creato altri problemi. Una reazione a catena determinata dal fatto che questo credito nei confronti della Metalma di circa 400.000 euro ci ha creato tanti problemi. Sono rimasto senza un euro in tasca per mesi, poi la mia azienda è fallita. Ed è fallita per questi 400.000 euro.
 

PM MESCOLINI: Lei disse ai Carabinieri “Gualtieri mi aveva imposto di consegnargli il denaro il martedì perché il mercoledì o il giovedì si sarebbe recato dal capo in Calabria. Mi era chiaro che i soldi erano destinati alla famiglia calabrese”.
 

PRIOR: si confermo. Mi disse che dovevo farlo entro martedì.
 

Prior: Ci sono state due o tre tranches da 20.000 euro. Io diedi circa 130.000 euro complessivi. Io ero davvero in difficoltà. Le banche iniziavano a bloccarmi gli affidamenti perché non riuscivo a rientrare. Questo voleva dire la morte dell’azienda. Non sono state tempistiche lunghe nelle tranches successive. I pagamenti avvenivano sempre tramite la Metalma, l’azienda di Maffioletti.
 

Prior: Questa situazione è andata avanti per quasi un anno. Per un periodo non ho avuto i soldi per dare da mangiare ai miei figli. Le banche mi avevano bloccato, non riuscivo a incassare crediti dai clienti. Non avevo i soldi per mangiare.
 

Prior: Vedevo Maffioletti totalmente suddito nei confronti di Gualtieri. Anche lui subiva questa situazione, anche lui era in estrema difficoltà. In fase iniziale Gualtieri ha avuto un atteggiamento molto pesante non ho subito minacce di morte, ma mi è stato fatto capire in modo pesante che dovevo pagare. In una fase quasi finale mi è stato detto che se non ottemperavo a chiudere questa situazione, sarei stato venduto a un’altra gestione e che questa nuova gestione non sarebbe stara così comprensiva come invece era la sua.
 

PM MESCOLINI: Lei disse ai Carabinieri :“il mio credito sarebbe passato in gestione alla famiglia mafiosa calabrese operante su Bergamo”
PRIOR: si, confermo.
 

Prior: Un giorno mio figlio venendo a casa mi disse che era stato avvicinato da persone con un atteggiamento particolare. Di fronte a dove abito c’è un grosso parcheggio. In molti casi mi è capitato di avere la netta sensazione di avere persone che mi seguivano e che stavano attente a cosa facevo. Questa situazione è andata avanti per molto tempo. In una occasione in questo piazzale, il lunedì c’è un mercato e io ricordo di aver incontrato un collega e noto che dall’altra parte della strada una persona si ferma e ci osserva. Dico al collega, dai un’occhiata anche tu, e anche lui conferma. Ho chiesto a questa persona chi fosse e lui ha borbottato qualcosa e se n’è andato.
 

Prior: Io non ho mai denunciato perché, lo dico sinceramente, ho capito che avevo a che fare con qualcuno che non si incontra tutti i giorni per strada. Quando tu ti vedi arrivare persone così a casa tua, sanno dove abiti, vedi persone che ti seguono, tuo figlio viene avvicinato da persone che non sai chi sono, ho anche un’altra figlia che viveva con la madre e non era sotto il mio controllo. Non ho denunciato e alla fine i carabinieri mi hanno contattato. Ero in una situazione di difficoltà,  ho pensato alle conseguenze e quando i carabinieri mi hanno contattato allora ho denunciato.
 

Il PM mostra al teste, Pierferdinando Prior, alcune foto.
Il teste riconosce il proprio commercialista; Antonio Gualtieri; il marito di Roberta Tattini; la dottoressa Tattini; l’uomo che accompagnava Gualtieri agli incontri; Aldo Ferrari; il signor Summo, che quasi sempre accompagnava la Tattini.

Termina l’esame del teste, Pierferdinando Prior.
 

Udienza sospesa per dieci minuti.
 

Inizia il controesame del teste, Pierferdinando Prior.

Termina la deposizione del teste, Pierferdinando Prior.
 

Esame ddi Melegari Danilo, comandante della Stazione dei Carabinieri di Neviano degli Arduini

Entra in aula il teste. La sua deposizione era iniziata durante l’udienza di ieri.

Melegari: La vicenda di Gibertini Gino esce fuori attraverso le intercettazioni che stavamo eseguendo su Silipo Antonio che, insieme a Nicolino Sarcone,  si approccia a un imprenditore. Contatti finalizzati a ottenere soldi in maniera illegittima. Nell’aprile del 2012 abbiamo contatti telefonici. Silipo Antonio chiama Sarcone Nicolino per avere un incontro e incontrare Melchiorri Renzo. Successivamente abbiamo constatato che Silipo si reca presso l’ufficio di Sarcone. Abbiamo tutta una serie di contatti. Anche Melchiorri ha capito che c’è qualcosa che non va. Intanto per la nomea di queste persone, Melchiorri non si fa trovare. Sarcone e Silipo allora partono alla carica, provano a chiamare Melchiorri che non risponde e dice al fratello di rintracciare Renzo. Il contatto con Melchiorri avverrà successivamente. Melchiorri si trova spaesato perché ha maturato un debito nei confronti di Gibertini Gino di circa 51.000 euro. Gibertini diceva 58.000, Melchiorri 51.000. Alla fine si attesta che il debito è 51.000 euro. Quindi Melchiorri ha un debito con Gibertini di 51.000 euro, all’improvviso Silipo va da Melchiorri e dice che il debito che lui ha con Gibertini lo ha acquisito lui per 25.000 euro e gli dice “ora tu mi dai 25.000 euro e chiudiamo la faccenda”. Melchiorri vuole accertarsi che così è stato. Silipo, telefonicamente, inizia a fare pressioni a Melchiorri che ha un carattere influenzabile e gli dice che i soldi devono uscire. Sfruttando questo comportamento Silipo riesce ad avere un riconoscimento di credito di 25.000 euro. Inizialmente Melchiorri gli da un assegno di 5.000 euro.

Melegari: L’elemento principale è quando Silipo si approccia a artigiani e imprenditori e contatta sempre Nicolino Sarcone. Ci accorgiamo che Sarcone sia un uomo di punta tra i calabresi indagati e quando compare una intervista sul resto del carlino di Reggio Emilia molti componenti del gruppo gli fanno i complimenti.

Melegari: Quando Sarcone prende atto della condanna che ha avuto è molto preoccupato e tramite Silipo si mette in contatto con il giornalista Gibertini per avere un risalto mediatico.

Melegari: Pranzo in un ristorante a Cadelbosco Sopra tra Silipo Antonio, Sarcone Nicolino e il giornalista Gibertini Marco. In questo incontro viene concordata l’intervista.

Melegari: Nicolino Sarcone dice a Luigi Caccia (piccolo imprenditore edile) “guarda che io da questo momento in poi non ci posso più fare niente, devi pagare”. Questo contatto viene trattato anche tra Silipo e Sarcone al telefono.

Melegari: Luigi Caccia, imprenditore, doveva 1.100 euro a Silipo. Silipo gliene chiede 1.700. Caccia era al centro di molti di questi indagati come soggetto a cui chiedere denaro. Come ad esempio Amato Francesco,  Brugnano Luigi, Turrà Roberto, e lo stesso Silipo.
 

Il Maresciallo Danilo Melegari ripercorre la vicenda inerente all’estorsione ai danni dell’imprenditore Luigi Caccia.
 

L’udienza sospesa per la pausa pranzo.
 

ore 15.30: In aula. Riprende l’udienza.
 

Riprende la testimonianza del maresciallo Danilo Melegari comandante della Stazione dei carabinieri di Neviano degli Arduini

In una telefonata intercettata Brugnano Luigi chiede a Caccia se ha dato i soldi a tale “Tonino”. Da un’altra telefonata si evince l’arbitrarietà di come Brugnano chieda i soldi a Caccia.

“Da ora in poi i dieci mila euro li devi dare a me”, da questa circostanza parte il credito che Brugnano pretende da Caccia. Brugnano perseguita Caccia, il 20 marzo 2013 Brugnano aspetta Caccia sotto casa, viene fermato dai carabinieri poco prima. Quando capisce che Caccia non ha i soldi allora sposta l’attenzione sui mezzi che Caccia ha. Si impossessa di un escavatore e di un muletto, per un valore di 10.000 euro. Poi li rivende e alla fine in una telefonata dice che vuole una fattura in modo tale che risulti una vendita dei mezzi.

O.C.P. del 24 marzo dove a seguito di contatti telefonici si vede come Brugnano e Procopio vanno nel deposito di Caccia a vedere i mezzi.

C’è un punto iniziale in cui Brugnano vuole che Caccia paghi “Tonino” e che questo “Tonino” poi paghi Brugnano. Inizialmente Brugnano chiede 10.000 euro, poi capisce che Caccia non li ha e allora inizia a volere l’escavatore e il muletto.

Il valore dei mezzi che passano da Caccia a Brugnano sono 6.000 euro l’escavatore e 4.000 euro il muletto.

Su Procopio Giovanni: rileviamo telefonate in cui Procopio minaccia il Caccia. Viene fermato anche Procopio Giovanni sotto casa di Caccia, il 20 marzo 2012, a Cadelbosco. Anche lui, alla pari di Brugnano, minaccia Caccia. Dalle telefonate si capisce che il debito che Caccia ha con Brugnano è anche di Procopio. Va anche sotto casa di Caccia e lo scopo è anche quello di farsi vedere dalla moglie di Caccia.
 

Il Maresciallo Melegari racconta l’estorsione di Turrà nei confronti di Caccia in riferimento a un rullo per l’edilizia. Dalle telefonate gli inquirenti comprendono che Caccia è stato picchiato da Turrà il quale dice, durante una conversazione a Caccia: “Venerdì non ti sono bastate? Vuoi il secondo round? Secondo me ti piacciono, a te le botte piacciono. Tutti i giorni tu devi essere gazzella e io leone”.

Turrà dice “prima mi ha fatto la fattura e poi ha fatto questa infamità”. Turrà fa riferimento al fatto che Caccia ha detto ai carabinieri il luogo in cui si trovava il rullo.

Si parla di un credito che Amato Francesco pretende da Caccia . Gli inquirenti non riescono a ricostruire la situazione. Ci sono diverse telefonate in cui Amato Francesco chiede soldi, piccole somme, a Luigi Caccia. Amato Francesco chiede continuamente soldi, quasi quotidianamente. Chiede 3.500 euro. Periodo di aprile 2012.
 

Melegari: Amato Francesco fa riferimento a una notizia, di domenica 25 marzo 2012, inerente a un incendio a Reggio Emilia ai danni di beni appartenenti a due uomini cutresi. Il 28 marzo 2012 Amato Francesco chiama Caccia, è arrabbiato e fa riferimento a questo atto incendiario: “stasera ti rompo le corna, tu sei un cornuto e mi stai prendendo per il culo. Sai cosa c’è scritto sul giornale? Hai letto? Il camion di merda che hanno bruciato l’altro giorno. E tu stai rompendo i coglioni”.

I 3.500 euro. Quando noi terminiamo le indagini, vediamo come Caccia non ha consegnato questi soldi a Amato. Però spesso Caccia consegnava piccole somme di denaro a Amato Francesco, poche centinaia di euro.
 

Melegari sulla vicenda Pellegri e Mazzei. Mimmo e Francesco Amato sono in contatto con Aldo Pietro Ferrari che promette 10.000 euro ai due uomini, pretendendo la restituzione di un’autovettura da parte di Pellegri perché Pellegri Francesco è un ex socio di Aldo Ferrari e pretende che la fidanzata, Giuseppina Mazzei, venga condotta negli uffici di Ferrari. La Mazzei non vuole andare, e si evidenziano minacce. Ma non si tratta di minacce dirette. La Mazzei si è licenziata dagli uffici di Ferrari in quanto l’uomo si è innamorato di lei e le dava attenzioni. La Mazzei si licenzia e alle richieste di recarsi presso l’ufficio di Ferrari la donna rifiuta.

Telefonata in cui si deduce che Amato Domenico ha un appuntamento con Pellegri. Amato Francesco dice “prendo un bastone e lo mando in ospedale”. Da un’altra telefonata si deduce che anche Amato Francesco va nello studio di Ferrari e parlano di quanti soldi chiedere a Ferrari.
 

Incendio dell’autovettura di Muto Luigi avvenuto il 13 maggio 2012. Incendio ripreso in diretta perché ad appiccare l’incendio è stato Turrà Roberto. Vicenda inequivocabile. La macchina di Turrà era dotata di GPS e sottoposta a intercettazione.

Intercettazione in cui si parla della benzina presa da Turrà Roberto che dice: “Amico mio ma hai capito per cosa è? Quale campagna? Dai, devo fare una cosa”.

Gli inquirenti vedono come Turrà Roberto si reca sotto l’abitazione di Muto Luigi. Viene mostrato in aula il tragitto compiuto dall’auto di Turrà. Quando arriva nei pressi dell’abitazione di Muto, Turrà ferma la macchina, spegne il motore, scende, appicca l’incendio, risale e parte a forte velocità. Il GPS segna le ore 4.41 e la velocità da 90 passa a 120 km/h .

Rileviamo le telefonate di Muto Antonio, fratello di Luigi, che abita nello stesso plesso. La prima telefonata è alle ore 4.57. Chiama il 118, ma sbaglia perché deve chiamare il 115, ovvero i vigili del fuoco. L’operatore del 118 chiede cosa succede e lui dice che hanno incendiato una macchina.

Attraverso un numero verde, Muto Antonio cerca il numero dell’ACI. Gli viene dato ma capisce che se chiama l’ACI potrebbero partire indagini “:Oh se non vengono è meglio altrimenti cacano il cazzo”

Muto Antonio chiama Domenico Brescia e gli dice di prendere il carro attrezzi e prelevare la macchina bruciata. Domenico Brescia recupera la macchina e gli inquirenti fanno un OCP in cui vedono l’auto bruciata su un carro attrezzi.
 

Il Maresciallo Melegari parla dell’incendio dell’auto di Luigi Villirillo a Cutro.
 

CONTROESAME del teste, il Maresciallo Melegari.
 

Ndr: Alfonso Paolini, attualmente agli arresti domiciliari è autorizzato a essere presente in aula senza scorta ma deve uscire di casa solo per recarsi alle udienze
 

ore 18.37: l’udienza termina

Trascrizione a cura di: S.D. - Impaginazione e correzione a cura di: S.N.

RASSEGNA STAMPA

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