AEmilia

rito ordinario - primo grado

TRASCRIZIONE DELL'UDIENZA

giovedì 11 gennaio 2018

​WORK IN PROGRESS: ATTENZIONE - prima possibile verrà pubblicata anche la trascrizione dell'udienza.

RASSEGNA STAMPA

"Aemilia", ex direttore Catasto: "Scarpino mi presentò Delrio". Ciconte: "'Ndrangheta qui da anni '70" - Il Dispaccio - 11 gennaio 2018

Quando il primo marzo del 2009 prese servizio a Reggio Emilia, il nuovo direttore del catasto Potito Scalzulli trovo' una gestione dell'ufficio pubblico piu' simile a quella di un "suq" arabo. Arrivando a scoprire nei successivi 3 anni (nel 2012 e' andato in pensione mentre ora e' assessore del Comune di Galeata nel forlivese) 22 casi di capannoni industriali (ma "sarebbero centinaia"), l'ultimo dei quali appurato personalmente, in cui la rendita catastale era stata modificata al ribasso procurando cosi' un vantaggio fiscale ai proprietari degli immobili. Irregolarita' che il funzionario, ascoltato oggi come testimone della Corte nell'aula reggiana del processo Aemilia, denuncio' con esposti ai suoi superiori regionali e nazionali. In risposta questi ultimi non solo non lo presero in considerazione, ma gli consigliarono di smetterla. Inoltre le draconiane misure di riorganizzazione che Scalzulli mise in atto per arginare la gestione "promiscua", "inadeguata" e "autonoma" (da parte degli addetti) di accettazione delle pratiche edilizie, portarono ad una campagna diffamatoria nei suoi confronti, contrassegnata prima da una serie di lettere anonime che lo accusavano di peculato e abuso d'ufficio, per culminare con minacce ai suoi figli. Il tutto, come Scalzulli ha riferito anche in commissione Antimafia dove e' stato ascoltato nei mesi scorsi, ad opera secondo lui di un vero e proprio "sistema" radicato nel catasto reggiano. Nella sua testimonianza pero' il dirigente, seppure diverse volte incalzato dal giudice Francesco Maria Caruso, non ha saputo delineare con chiarezza i rapporti tra l'ufficio che dirigeva e i membri della presunta cosca di 'ndrangheta cutrese imputati nel processo.

Potito Scalzulli, direttore del catasto di Reggio Emilia dal 2009 al 2012, fu presentato appena arrivato all'allora sindaco Graziano Delrio dal consigliere comunale del Pd Salvatore Scarpino. Che fece "gli onori di casa" per il funzionario dicendo al primo cittadino: "Di lui ci si puo' fidare". L'incontro, raccontato oggi dallo stesso Scalzulli sentito come testimone della Corte nel processo contro la 'ndrangheta Aemilia, avvenne "in sala del Tricolore" tra l'aprile e il maggio del 2009 (quando Delrio era in piena corsa elettorale per la rielezione) e duro' "una decina di minuti". Con "il senno di poi- riferisce il testimone- ho capito che l'impressione che si voleva dare era che con me al catasto non sarebbe cambiato nulla". C'e' poi un altro politico chiamato in ballo da Scalzulli, il deputato del Pd Maino Marchi, a cui si rivolse chiedendo aiuto per denunciare le irregolarita' scoperte nell'ufficio che dirigeva. "Con Marchi- afferma l'ex direttore dell'Agenzia del territorio di Reggio- avevo un lungo rapporto perche' stavamo lavorando ad una legge sulla legalita' (il deputato e' membro della commissione Antimafia, ndr)". Come emerso nei mesi scorsi dagli atti il parlamentare si sarebbe rifiutato per non compromettere un certo "equilibrio". Per questo Marchi ha annunciato querele contro Scalzulli.

A dare il via alla penetrazione della 'ndrangheta al nord "e' stato il soggiorno obbligatorio, una scelta infelice che ha prodotto dei danni, ha portato presenze in zone dove non c'erano". Ma nel caso specifico di Reggio Emilia, dove si celebra il maxi processo Aemilia contro la "locale" criminale di Cutro, "probabilmente i cutresi sono arrivati anche prima, negli anni '70. Come in tutti i fenomeni di immigrazione accanto ai lavoratori arrivano i criminali". Parola di Enzo Ciconte, studioso di mafie e per anni consulente per la legalita' del Comune di Reggio, ascoltato oggi nel processo come testimone della Corte. Spiega Ciconte: "I soggiornanti obbligati che sono venuti qui e i lavoratori che sono venuti qui, hanno capito che qui avete la nebbia, non avete il mare che abbiamo noi, ma avete i soldi. Fanno una scelta di venire apposta. Vengono a lucrare qua". In merito al discorso della presenza criminale fin dagli anni '70, lo studioso cita anche "un personaggio come Francesco Fonti che e' stato mandato apposta dalla sua cosca ad organizzare il traffico degli stupefacenti, fra Reggio Emilia e Modena". (Cai/ Dire)

La 'ndrangheta a Parma: Cgil, nostre denunce confermate - Rassegna sindacale - 11 gennaio 2018

Mattioli e Papignani (Cgil e Fiom Emilia Romagna): i lavoratori vanno tutelati: non possono pagare loro le responsabilità di chi delinque

"Pieno appoggio alle indagini della Magistratura e mettere in campo tutte le azioni utili a debellare la filiera criminale che ha pervaso la nostra economia". Lo danno Antonio Mattioli (Cgil Emilia Romagna) e Bruno Papignani (segretario Fiom Emilia Romagna), secondo i quali quanto è accaduto nelle ultime ore anche nei nostri territori a seguito dell'inchiesta Stige, "rende ancor più evidente quanto il processo Aemilia sta raccontando: una filiera criminale che ha permeato i nostri territori e la nostra economia producendo effetti devastanti sul mondo del lavoro". 

"Infatti - proseguono - oggi a rischio ci sono i 300 posti di lavoro della Gf, per non parlare delle altre realtà del gruppo. In queste ore stiamo attivando tutte le procedure previste (dal nuovo Codice Antimafia alla Legge regionale sulla legalità e appalti del 2016, dai protocolli convenuti con le prefetture a quelli con le istituzioni locali) per garantire continuità occupazionale e reddituale dei lavoratori attualmente occupati nelle attività produttive del Gruppo. E' evidente che quanto denunciavamo trova oggi riscontro nelle indagini della magistratura, da Piacenza a Rimini e in tutti i settori, dal manifatturiero ai servizi, pubblici e privati,  la criminalità organizzata ha trovato il modo di mettersi in doppio petto cercando di condizionare la vita economica e sociale".

"Nei nostri territori e in questa regione - ricordano i due dirigenti sindacali - abbiamo prodotto importanti risultati e strumenti per contrastare la criminalità organizzata, che rischiano in ogni caso di essere insufficienti se non accompagnati da un atteggiamento operativo e coerente da tutti i soggetti coinvolti: istituzioni, parti sociali, società civile. Non c'è nessun ma che tenga, bisogna uscire da qualsiasi ambiguità e/o atteggiamenti passivi che non fanno altro che alimentare la mafia in doppio petto. Adesso ci occupiamo ancora una volta dei lavoratori, che rischiano di pagare un prezzo insopportabile per responsabilità di chi delinque, ma è fuori di dubbio che ci debba essere l'impegno di tutti nel contrastare con tutti i mezzi le mafie, per cancellarle dalla nostra vita economica e sociale".

Aemilia, Scalzulli: “Il catasto? Sembrava un suq arabo” - Reggio sera - 11 gennaio 2018

La deposizione dell'ex direttore: "Rendite abbattute su almeno 22 capannoni e pratiche informatiche cancellate di notte"

REGGIO EMILIA – Quando il primo marzo del 2009 prese servizio a Reggio Emilia, il nuovo direttore del catasto Potito Scalzulli (foto) trovo’ una gestione dell’ufficio pubblico piu’ simile a quella di un “suq” arabo. Arrivando a scoprire nei successivi 3 anni (nel 2012 e’ andato in pensione mentre ora e’ assessore del Comune di Galeata nel forlivese) 22 casi di capannoni industriali (ma “sarebbero centinaia”), l’ultimo dei quali appurato personalmente, in cui la rendita catastale era stata modificata al ribasso procurando cosi’ un vantaggio fiscale ai proprietari degli immobili.

Irregolarita’ che il funzionario, ascoltato oggi come testimone della Corte nell’aula reggiana del processo Aemilia, denuncio’ con esposti ai suoi superiori regionali e nazionali. In risposta questi ultimi non solo non lo presero in considerazione, ma gli consigliarono di smetterla. Inoltre le draconiane misure di riorganizzazione che Scalzulli mise in atto per arginare la gestione “promiscua”, “inadeguata” e “autonoma” (da parte degli addetti) di accettazione delle pratiche edilizie, portarono ad una campagna diffamatoria nei suoi confronti, contrassegnata prima da una serie di lettere anonime che lo accusavano di peculato e abuso d’ufficio, per culminare con minacce ai suoi figli.

Il tutto, come Scalzulli ha riferito anche in commissione Antimafia dove e’ stato ascoltato nei mesi scorsi, ad opera secondo lui di un vero e proprio “sistema” radicato nel catasto reggiano. Nella sua testimonianza pero’ il dirigente, seppure diverse volte incalzato dal giudice Francesco Maria Caruso, non ha saputo delineare con chiarezza i rapporti tra l’ufficio che dirigeva e i membri della presunta cosca di ‘ndrangheta cutrese imputati nel processo.

Se non specificamente criminale il quadro tratteggiato in aula da Scalzulli e’ sconfortante. Racconta il testimone che ad esempio non era applicata la procedura di accettazione informatica delle pratiche, che i cittadini consegnavano “de visu cartacee ai tecnici che davano un’occhiata e le passavano”. Ma “c’era anche un passaggio in piu'”, riferisce Scalzulli, “addirittura un passaggio preventivo, informale, per vedere se potevano sorgere problemi”.

Poi “non c’erano capi reparti”, mancava una separazione anche fisica degli sportelli di front office dagli uffici (per cui chiunque, anche gli stessi cittadini privati, potevano andare dove volevano) e “la gestione delle procedure era lasciata alla responsabilita’ dei singoli”. In piu’, riferisce Scalzulli l’ufficio era suddiviso in diverse “correnti” unite “non da intenti di mansioni ma da affinita’ personali se non geografiche”.

In particolare “il 10% dei dipendenti (6 persone su 56) erano di Cutro ed erano spesso assieme”, mentre alcuni di loro sono stati coinvolti in un’inchiesta giudiziaria per l’abbattimento della rendita catastale di un capannone poi finita in prescrizione. Tra questi anche Salvatore Scarpino, consigliere comunale a Reggio Emilia per tre mandati di cui due nel Pd e l’ultimo attuale in Articolo-1 Mdp. Lavora poi tuttora al catasto anche Renato Maletta, che per un periodo fu il segretario dell’associazione sportiva con base nel maneggio abusivo di Cella, realizzato dall’imputato di Aemilia Pasquale Brescia con i fratelli.

Tra gli illeciti riscontrati dal direttore anche la cancellazione di alcune pratiche informatiche – anche con accessi notturni al sistema del catasto – da parte di un dipendente e la classificazione come “casa di lusso” di due villette a schiera costruite da una ditta edile calabrese, che furono considerate sulla carta una cosa sola e vendute a 900.000 euro. Scalzulli afferma: “Quando procedetti alla riorganizzazione dell’ufficio, questo dette davvero fastidio: era come se avessi rotto una sorta di equilibrio interno, uno status quo a cui si era abituati da sempre”. Contro il dirigente partirono cosi’ almeno 5 lettere anonime in cui veniva accusato di peculato (per aver fatto costruire una doccia) e abuso d’ufficio, con la minaccia di segnalare il tutto alla Corte dei Conti.

L’ex direttore dell’Agenzia del territorio e’ un fiume in piena e punta il dito anche contro i suoi ex superiori che non lo sostennero. Cita l’allora direttrice regionale del catasto Carla Belfiore e quella di Roma Gabriella Alemanno, sostenendo che la prima lo abbia perfino costretto a firmare una dichiarazione in cui ammetteva di aver fatto costruire la doccia ad uso privato. La difesa degli imputati ha chiesto di poter ascoltare le due funzionarie chiamate in causa. Il tribunale ha respinto la richiesta sottolineandone “l’assoluta irrilevanza” (fonte Dire).

Aemilia: “Minacciato per aver rivoluzionato il catasto”. VIDEO - Reggio on line - 11 gennaio 2018

Potito Scalzulli, ex direttore dell’agenzia del Territorio, al giudice. “Prima che arrivassi, l’ufficio era nel caos”, ma poi non ha saputo spiegare in cosa si concretizzasse il presunto “sistema catasto”. Sentiti anche lo studioso Ciconte e l’ex assessore Corradini

REGGIO EMILIA – Questa mattina sono riprese le udienze del processo Aemilia, ormai agli sgoccioli. Oggi nell’aula bunker del tribunale reggiano sono state raccolte le deposizioni di tre testimoni importanti: l’ex direttore dell’agenzia del Territorio Potito Scalzulli, l’ex assessore alla Legalità Franco Corradini e lo scrittore Enzo Ciconte.

E’ esistito a Reggio Emilia un sistema-catasto? E cosa significa “sistema-catasto”? Soprattutto: chi ne avrebbe beneficiato? Le risposte dovevano arrivare dall’ex direttore dell’ufficio provinciale dell’agenzia del Territorio, che da tempo parla di irregolarità e che ha presentato recentemente un dossier in commissione parlamentare antimafia. Ma Scalzulli queste risposte non ha saputo, o voluto, darle.

A capo dell’ufficio dal 2009 al 2012, è stato chiamato come testimone direttamente dalla corte del processo Aemilia. Nonostante i numerosi solleciti da parte del presidente Francesco Maria Caruso non è emerso, durante il suo racconto, un quadro chiaro di possibili collegamenti tra le “correnti”, così le ha definite, che esistevano tra i 56 dipendenti dell’agenzia del territorio e una presunta organizzazione ‘ndraghetistica.

Al suo arrivo a Reggio Emilia, Scalzulli ha messo mano alla riorganizzazione dell’ufficio che a suo dire versava nel caos. “Così facendo – ha detto – ho rotto equilibri che duravano da anni” e per questo motivo secondo lui sarebbero state scritte sei lettere anonime mandate ai media e a Roma in cui veniva accusato di abuso di ufficio e peculato e minacciato. “I miei superiori non mi sostennero” ha aggiunto Scalzulli, che nella sua attività di controllo avrebbe scoperto 22 casi di capannoni industriali, “ma potrebbero essere anche un centinaio”, ha detto in aula, in cui la rendita catastale era stata modificata al ribasso per procurare un vantaggio fiscale ai proprietari degli immobili.

Tra gli illeciti riscontrati dall’ex direttore ci sarebbe anche la cancellazione di alcune pratiche informatiche da parte di un dipendente e la classificazione come “casa di lusso” di due villette a schiera costruite da una ditta edile calabrese, che furono considerate sulla carta una cosa sola e vendute a 900mila euro.

Tra i nomi dei dipendenti citati da Scalzulli, Renato Maletta, che al catasto lavora tutt’ora e che era socio e segretario del maneggio abusivo di Cella di Pasquale Brescia, uno degli imputati del processo; Salvatore Scarpino, consigliere comunale ex Pd ora Liberi e Uguali, anche lui dipendente del catasto e coinvolto in un’inchiesta sull’abbattimento delle rendite catastali ora archiviata. Fu lui a presentare Scalzulli all’allora sindaco Delrio nella primavera del 2009, “dicendo che di lui ci si poteva fidare”. Dalle stesse parole di Scalzulli, è sembrato un normale incontro, ma “col senno del poi mi sono sentito strumentalizzato” ha detto in aula, senza però motivare concretamente questa sensazione.

Vaccari: «Ho fatto il mio dovere» - Gazzetta di Modena - 13 gennaio 2018

FINALE«Ho solo svolto il mio lavoro». Replica così il senatore Stefano Vaccari sulla azione esercitata a Roma per evitare che venisse accolta la proposta di sciogliere il Comune di Finale (all'epoca a guida Pd, con Fernando Ferioli) per mafia.«All'epoca della Commissione d'accesso prefettizia sul Comune di Finale, ero già parlamentare e componente della Commissione Antimafia - spiega Vaccari, dopo che sulle pressioni per salvare Ferioli sono emerse indagini ed intercettazioni dei carabinieri - Non potevo, quindi, disinteressarmi, in questa mia doppia veste, di quanto stava accadendo a Finale, a un sindaco e a una Giunta sostenuti dal Partito democratico. Sarebbe stato curioso il contrario. Prima in qualità di assessore provinciale alla Protezione civile e poi come senatore, avevo mantenuto costanti rapporti con il sindaco Ferioli, così come con tutti i primi cittadini della zona del cratere sismico, per le necessità legate al terremoto del 2012 e alla ricostruzione. Quando si comincia a parlare di possibili infiltrazioni mafiose in Comune, ovviamente, la vicenda venne subito seguita con la massima attenzione dalla Commissione Antimafia, di cui, appunto faccio parte, e che fece una sua missione a Modena e Reggio nei giorni seguenti l'inchiesta AEmilia. Non potevo, quindi, non interessarmi a una questione così delicata e potenzialmente esplosiva per le ricadute sociali e politiche che avrebbe potuto avere», dice il senatore del Pd. Che aggiunge: «Non ho mai interferito con il lavoro della Commissione prefettizia, ho continuato a tenere rapporti con il sindaco Ferioli per cercare di chiarire il più possibile quanto stava accadendo e cosa realmente era successo dentro gli uffici del municipio. L'unico mio obiettivo era che la Commissione d'accesso potesse compiere con serenità, approfondimento, ma anche con celerità il proprio lavoro, visto anche l'avvicinarsi della scadenza elettorale. Nel massimo rispetto dei ruoli e dei compiti di ciascuno, mio compreso naturalmente nell'ambito del quale ho semplicemente continuato a fare il mio lavoro», assicura il senatore, in procinto di essere ricandidato.Di opposto avviso i 5 Stelle: «Le notizie riguardanti l'indagine dei carabinieri sui "frenetici contatti tra l'ex sindaco, il senatore Pd Vaccari ed i vertici dem" per evitare di sciogliere per mafia Finale sono di una gravità inaudita. Un membro della commissione antimafia, Vaccari, si adoperò, secondo le indiscrezioni, per frenare un provvedimento sfavorevole al suo partito che si mosse per evitare quello che è accaduto al Comune di Brescello», dichiarano i parlamentari Ferraresi, Dell'Orco, Giulia Sarti ed Elisa Bulgarelli, questi ultimi due membri della Commissione antimafia. «Il Pd tratta le istituzioni ed i ruoli istituzionali come se gli appartenessero e le usa pro o contro avversari...Nessun senso dello Stato. Chiediamo alla Commissione antimafia di interessarsi della vicenda e censurare il comportamento di Vaccari che dovrebbe per decenza rassegnare le sue dimissioni».

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