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martedì 29 ottobre 2019

UDIENZA RINVIATA AL 20 GENNAIO 2020 PER "QUESTIONI PROCEDURALI"

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“Pressioni, minacce e rivelazione di segreti d’ufficio” per togliere l’interdittiva antimafia a 2 società. L’accusa dei pm a Giovanardi e la sua difesa

di Andrea Sparaciari - 4 novembre 2019 - Business insider Italia

Spieghi l’ex senatore Carlo Amedeo Giovanardi perché per quasi un anno ha fatto di tutto, lecito e non lecito, pur  di “aiutare” alcune società sospettate di essere mafiose, come poi effettivamente dimostrato dai giudici di primo grado. È stata più o meno questa la domanda che martedì 29 ottobre i senatori che compongono la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato hanno posto all’ex esponente di Dc, Udc, Pdl, Nuovo Centrodestra e IdeA.

I componenti sono chiamati a decidere sulla richiesta arrivata dai magistrati di Bologna di poter utilizzare cinque intercettazioni telefoniche nel procedimento penale che vede coinvolto lo stesso Giovanardi.

Per i Pm, infatti, l’ex vice-presidente della Commissione antimafia, già ministro del governo Berlusconi, avrebbe rivelato documenti segreti, minacciato carabinieri, fatto continuate pressioni sui prefetti di Modena, al fine di far ammettere nelle white list una società colpita da interdittiva antimafia – la Bianchini e la Ios – , così da farle partecipare ai ricchi appalti della ricostruzione post terremoto in Emilia del 2012, un affare da oltre 10 miliardi di euro.

 

Sfortunatamente per Giovanardi si è trattato di uno sforzo inutile: la Bianchini non sarà mai riammessa in White List anche perché i suoi titolari saranno arrestati, processati e condannati.

Ma già all’epoca dei fatti, siamo tra il giugno 2013 e gennaio 2015, la Bianchini era gravata da accuse pesantissime, perché sospettata di subappaltare lavori a picciotti legati alla cosca dei Grande-Aracri o degli Arena. Il 31 ottobre 2018 i proprietari (padre, madre e figlio) sono stati condannati in primo grado per aver ottenuto decine di appalti grazie alla corruzione di amministratori pubblici; aver costruito i moduli abitativi per i terremotati mischiando cemento e amianto; aver disseminato di rifiuti tossico-nocivi i cortili delle scuole elementari e medie di mezza provincia di Modena.

Per l’allora senatore Giovanardi si trattava invece di “imprenditori specchiati”, vessati da una assurda normativa antimafia e da prefetti prevenuti, come si legge nelle numerose interviste rilasciate ai giornali locali. Per loro, Giovanardi, si spende anima e corpo, per anni. Un’azione politicamente lecita, ma che ha assunto anche aspetti penalmente perseguibili, attuata anche grazie all’appoggio di funzionari infedeli della prefettura di Modena e di altre pubbliche amministrazioni.

Tanto che i magistrati hanno inviato a lui un avviso di garanzia e altre 11 persone sono state rinviate a giudizio. Il reato contestato è di “minacce a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato e di rivelazione di segreti d’ufficio, con le aggravanti dell’abuso di potere, del metodo mafioso e della continuità nel reato”. Mentre per i presunti complici il processo sta andando avanti, per Giovanardi è tutto congelato: i pm hanno prima chiesto l’ok della Corte Costituzionale all’utilizzo di alcune intercettazioni e ora attendono il via libera dai senatori sempre per le medesime telefonate, un prologo per poi poter chiedere il processo. 

Qualunque sarà la decisione della giunta, di sicuro è inquietante la ricostruzione contenuta nelle carte giunte a palazzo Madama, nelle quali si legge: “il Sen. Giovanardi, avvalendosi tanto della sua notoria influenza politica, quanto delle aderenze all’interno della prefettura di Modena, avrebbe in più occasioni tentato di condizionare l’attività dell’organo collegiale incaricato dell’istruttoria (…), facendo illecite pressioni per ottenere la modifica degli orientamenti già espressi (…) e quindi ottenere una rivalutazione dei provvedimenti adottati nei confronti sia della Bianchini Costruzioni srl, sia della ditta individuale IOS di Bianchini Alessandro favorevoli a questi ultimi, nella prospettiva di ammissione nella White List, – come accaduto in precedenza con altro imprenditore edile locale, Baraldi Claudio, anch’egli risultato in stretti rapporti  col sen. Giovanardi; ciò nella consapevolezza dell’assenza delle condizioni”.

Sì, perché Giovanardi, prima della Bianchini, orchestra un’azione di sostegno per un’altra società anch’ella esclusa dalle White List, la Baraldi spa, la quale sarà invece riammessa tra i fornitori della ricostruzione, grazie anche all’opera di una misteriosa agenzia di investigazioni Safi, che prendeva soldi dagli imprenditori assicurando di poter “ripulire” le aziende macchiate da interdittive grazie a contatti nei servizi e “appoggi interni” alle istituzioni.

Ma torniamo alla Bianchini: quella di Giovanardi è un’attività frenetica che i pm hanno potuto ricostruire quasi in tempo reale, grazie alle registrazioni audio e video effettuate di nascosto da uno dei titolari della società, che registrava ogni incontro privato con l’amico senatore. Tutti filmati già agli atti del processo e finiti anche nel faldone del maxi processo alla ‘ndrangheta “Aemila”, che con la vicenda Giovanardi ha numerosi punti di contatto.

In breve: la Bianchini srl di Augusto Bianchini nel 2013 viene esclusa dalla White list dal prefetto Benedetto Basile (prima che questi vada in pensione) perché colpita da interdittiva antimafia, essendo in affari con noti ‘ndranghetisti, esclusione confermata anche dal Tar. Allora i Bianchini ripresentano la richiesta per una nuova società, in Ios, intestata al figlio Alessandro, ma la prefettura nega anche questa volta l’ok, ritenendo la nuova società solo una continuazione di quella vecchia. Da subito Giovanardi si schiera con gli imprenditori, scatenando una violenta campagna stampa contro la politica della lotta alla mafia, in difesa dell’“imprenditoria pulita”. In particolare, attacca il prefetto Michele Di Bari, successore di Basile, che Giovanardi definirà “un coniglio che pensa solo a non fare cose che lui ritiene controproducenti per sé stesso”, del quale promette “chiederò la rimozione”.

Una manovra che passa anche per interrogazioni parlamentari (il 22 luglio e il 21 ottobre 2014) e interventi in Commissione Antimafia. Baraldi e la Bianchini “sono aziende gestite entrambe da famiglie conosciute, stimate ed apprezzate in tutta la Bassa modenese. Ma è mai possibile che per prevenire il pericolo di tentativi inquinanti di infiltrazioni mafiose si metta a rischio il lavoro di centinaia di maestranze e si producano danni per decine di milioni di euro?”, arriva a dichairare.

Ma l’azione di Giovanardi, per i pm, avviene soprattutto in privato, di nascosto, nell’ombra. È sfruttando le sue entrature nelle stanze del potere che esercita un’incessante pressione pro Bianchini. Grazie alle sue conoscenze, informa con solerzia la famiglia delle decisioni del Comitato di legalità (l’organo interforze deputato a escludere le aziende secondo la normativa antimafia), rivelando il contenuto di documenti segreti che lui non avrebbe dovuto neanche leggere; consiglia le mosse da fare; arriva a rivedere le memorie difensive scritte dagli avvocati degli imprenditori, integrandole con passaggi basati su documenti che i Bianchini non avrebbero dovuto conoscere…

Ma per i pm va anche oltre, esercitando “pressioni e minacce anche esplicite nei confronti dei singoli componenti del gruppo interforze direttamente o tramite superiori gerarchici, prendendo contatto reiteratamente con i comandanti e i dirigenti provinciali delle forze di polizia (Comandante provinciale della Giardia di Finanza, Comandante provinciale dei carabinieri, Questore) con i responsabili Dia, aggredendoli verbalmente in numerose occasioni (…) per ottenere la mutazione dei loro orientamenti”.

Al Prefetto arriva a dire: “Se io fossi in lui (Bianchini, ndr), verrei qui con un mitragliatore e vi ammazzo tutti… vi rendete conto che state facendo delle robe… folli!… folli!”. L’intimidazione più violenta però la esercita su due carabinieri – i più risoluti a negare l’ok all’iscrizione delle imprese a lui care alle white list -, il comandante provinciale, colonnello Stefano Savo e il responsabile del nucleo investigativo, tenente colonnello Domenico Cristaldi, che Giovanardi “convoca” in un bar il 17 novembre del 2014. Difronte al loro netto rifiuto a cambiare parere, l’ex senatore inizia a “minacciarli direttamente e gravemente, paventando la presentazione di esposti presso l’autorità giudiziaria abbinata ad azioni parlamentari”.

Comportamento anomalo per un politico che aveva fatto della difesa a oltranza dell’operato delle forze dell’ordine un marchio di fabbrica: come dimenticare le frasi pronunciate all’epoca del caso Cucchi (“Vedremo nel corso del processo se le botte dei carabinieri sono state causa della morte (…); le perizie hanno sempre escluso la morte per percosse”; “tra i carabinieri e gli spacciatori io sto sempre con i carabinieri”) o di quello Aldrovandi ( “I poliziotti del caso Aldrovandi non devono essere in galera”, “Aldrovandi non è morto per le botte”).

La strenua difesa delle società risulta incomprensibile alla luce delle contestazioni che erano loro mosse e che Giovanardi conosceva benissimo, avendo avuto accesso agli atti. Accuse confermate nel primo grado di giudizio il 31 ottobre 2018 che ha portato alla condanna a nove anni e 10 mesi per Augusto Bianchini per concorso esterno in associazione mafiosa, a quattro anni per sua moglie Bruna Braga e a tre anni per il figlio Alessandro.

Per i magistrati la Bianchini srl. “ha concretamente contribuito, pur senza farne formalmente parte, al rafforzamento alla conservazione e alla realizzazione degli scopi dell’associazione mafiosa (cioè la ‘ndrangheta, ndr), coinvolgendo e facendosi coinvolgere su numerosissimi iniziative”.

Non solo, avendo vinto l’appalto – grazie a un funzionario corrotto – per la rimozione delle macerie del terremoto, “effettuavano operazioni non consentite di recupero e miscelazione di ingenti quantitativi di rifiuti, volontariamente non procedendo alla distinzione dei rifiuti non pericolosi da quelli pericolosi ed in particolare da quelli contenenti amianto”. E che fine facevano quei rifiuti pericolosi?

Un po’ sono stati miscelati al cemento delle pavimentazioni del cimitero di San Felice, nella caserma di vigili del fuoco sempre di San Felice, nel centro di accoglienza della cittadina. Il resto è stato semplicemente abbandonati nei giardini della scuola media “Zanoni” di Concordia sulla Secchia, nell’asilo Dante Alighieri di Mirandola, nel cortile della scuola Castelfranchi/Frassoni di Finale Emilia e nella scuola secondaria “Carducci” di Reggiolo.

Non solo, i Bianchini si erano anche messi d’accordo con due ‘ndranghetisti, Michele Bolognino e Giuseppe Giglio, per organizzare una maxi evasione fiscale (circa 750 mila euro per il periodo tra il 2008-2012). Ma non è ancora finita: i Bianchini avevano appaltato agli ‘ndranghetisti la gestione di 12 operai i quali venivano sfruttati nel peggiore dei modi. Gli imprenditori infatti li pagano tutti meno di 1.000 euro al mese (così da poterli liquidare in contanti), però giravano i soldi a Bolognino e Giglio, i quali si trattenevano una tangente (per “la Cassa edile”, dicevano ridendo), si intascavano i buoni pasto, facevano lavorare le persone sette giorni su sette. E a chi si ribellava, ricordavano che loro erano “quelli della Calabria”. In pratica un ritorno all’800, tanto che la Cgil, la prima a denunciare quanto stesse accadendo, è stata riconosciuta come parte civile al processo.

E poi c’è l’altra società per la quale Giovanardi si attiva, la Baraldi Spa. Anche questa aveva più di un problema con la Dia, tanto che nel dicembre 2012 viene esclusa dalle white list dalla Prefettura di Modena, suscitando la furia del senatore. Quella volta, però, Giovanardi raggiungerà il suo scopo, tanto che la Baraldi sarà riammessa nella lista. Tuttavia quell’esclusione era più che motivata alla luce delle risultanze investigative:

  • Il direttore tecnico della Baraldi era Ivan Gazzetti, già consigliere delegato della ECO.Ge. srl, società di Gino Mamone “personaggio la cui famiglia risultava riconducibile alla criminalità organizzata”, in quanto imparentato con Carmelo Nino Gullace, capo della cosca Raso-Gullace-Albanese;

  • Baraldi Claudio risultava indagato con Gino Mamone per associazione a delinquere finalizzata alla turbata libertà degli incanti a Genova.

Non solo: per la Guardia di Finanza, i Mamone erano “il volto imprenditoriale delle cosche calabresi della Piana di Gioia Tauro in terra di Liguria e nel Nord Ovest del Paese, il punto di contatto con la politica”. Gino Mamone era stato inoltre appena condannato a tre anni per aver corrotto l’assessore comunale Genova, Paolo Striano (Pd).

Infine la Dia ricordava come Gino Mamone, Ivan Gazzetti (direttore tecnico della Baraldi) e Claudio Baraldi (amministratore dell’omonima società) fossero indagati dalla Gdf di Genova perché ritenuti membri di un’associazione a delinquere che tra il 2006 e il 2009 aveva commesso delitti di turbativa d’asta e truffa aggravata per ottenere gli appalti connessi all’ex area Ilva/Italsider sulle aree di Genova-Conegliano.

È per questa società che Giovanardi smuove mari e monti, arrivando a dichiarare pubblicamente che la sua esclusione fosse un provvedimento “infondato, immotivato e attuato in violazione di legge”. In una interrogazione sostiene: “i fratelli Baraldi hanno impresso nel DNA i valori dell’onestà, dell’umiltà e della laboriosità”.

Ma negli anni precedenti Giovanardi aveva preso le parti anche di altre società assai chiacchierate, come ricorda il prefetto Basile in una nota inviata all’allora capo di gabinetto del ministro degli Interni, Angelino Alfano, datata 2 dicembre 2015.

C’era stata la campagna a favore della Ge.Co., società per la quale Giovanardi fa più di un’interrogazione parlamentare perché era esclusa dalla prefettura di Modena a causa degli “stretti rapporti con la società Tipaldi riconducibile all’omonima famiglia affiliata alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto”;

Poi c’erano stati i due imprenditori di Castel di Principe, Raffaele Cantile e Francesco Piccolo, titolari della società Pi.Ca., per Giovanardi “imprenditori onesti” per i quali “si stavano confondendo le vittime con i carnefici”. Evidentemente non importava al senatore che la sede della Pi.Ca. risultasse “in Milano presso lo studio di un commercialista facente capo a Domenico Iovane, primo cugino di Antonio Iovane, detto “o Ninno”, al vertice della compagine criminale denominata “clan dei Casalesi”. E che i due sarebbero stati in stretti contatti con il boss Michele Zagaria.

C’è da dire che non erano solo prefetti e forze dell’ordine di Modena gli obiettivi della crociata dell’ex senatore. Tra i suoi “nemici” c’era sicuramente il Dott. Cono Incognito, già responsabile del Gruppo interforze per la Ricostruzione in Emilia, colpevole di aver dichiarato in un convegno che “Il 26% delle macerie del terremoto era stato trasportato da camion intestati a soggetti contigui alla mafia”. Un’affermazione intollerabile per l’ex senatore, il quale rispose via stampa e via interpellanza parlamentare, chiedendo chi fosse costui che “viene presentato come superpoliziotto” colpevole di parlare “in maniera del tutto infondata di imprese modenesi i cui membri e sindaci hanno rapporti con organizzazioni criminali…?”.

Una domanda alla quale hanno risposto nell’ottobre scorso i giudici di Bologna nelle 3.169 le pagine delle motivazioni del processo “Aemilia” che ha sgominato la ‘Ndrangheta nella regione, comminando 119 condanne per 1.223 anni complessivi di carcere.

Infine, si deve ricordare che Giovanardi se l’era presa col prefetto Basile anche per la gestione dei centri d’accoglienza, quando questi nel 2013 assegnò la gestione del Cie alla cooperativa Oasi. Un affidamento contestatissimo dal senatore, il quale adombrò più volte interessi particolari di Basile nella scelta della cooperativa. Per Giovanardi, quella che gestiva il Cie in precedenza, la Misericordia, andava benissimo. E lui la conosceva bene, visto che a presiedere la Concordia era tale Daniele Giovanardi, cioè suo fratello…

La memoria difensiva presentata alla Giunta per le autorizzazioni del Senato dall’ex sen. Carlo Giovanardi

“”Un fumus persecuzionis” che appare evidente nelle 243 pagine della domanda di autorizzazione”. Così si legge nella memoria inviata il 17 ottobre 2019 dall’ex senatore Giovanrdi alla Giunta per le autorizzazioni del Senato. Nel documento, l’uomo politico risponde alle accuse dei pm e chiede ai componenti di “sollevare un conflitto di attribuzioni presso la Corte Costituzionale con riferimento allo straripamento dei poteri dell’autorità Giudiziaria sull’attività parlamentare”. Inoltre il senatore Giovanardi ricorda di non essere stato rinviato a giudizio, ma di aver solo ricevuto un avviso di garanzia. 

Giovanardi: 'Non sapevo nulla di rapporti con Ndrangheta di Bianchini'

di Giuseppe Leonelli - 30 ottobre 2019 - La Pressa

'Il viceprefetto Ventura non mi ha mai messo a conoscenza di nessun segreto della Prefettura, non ho mai avuto verbali della Commissione prefettizia'

'Chiedo di sollevare un conflitto di attribuzioni presso la Corte costituzionale con riferimento allo straripamento dei poteri dell'autorità giudiziaria sull'attività parlamentare anche alla luce di un 'fumuspersecuzionis' che appare evidente nelle 243 pagine della domanda di autorizzazione. Per quanto riguarda le conversazioni telefoniche, essendo stata la prima telefonata intercettata il 23 marzo 2013 e le successive a giugno e il 10 luglio, è evidente che tutte quelle successive alla prima non possono essere definite casuali, di qui il rigetto della domanda di potere utilizzare i tabulati'. 

Sono queste le conclusioni delle 14 pagine della memoria che ieri l'ex ministro Carlo Giovanardi ha letto davanti alla Giunta per le autorizzazioni del Senato. Parliamo della indagine della Direzione antimafia di Bologna che contesta all'ex senatore i reati di minaccia a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato, minaccia a pubblico ufficiale, rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio con l'aggravante mafiosa: tutti reati che, secondo l'accusa, sarebbero stati commessi nel tentativo di 'salvare' dall'interdittiva antimafia la Bianchini costruzioni.

Giovanardi nella sua articolata difesa inserisce le sue azioni a favore della Bianchini all'interno di una legittima attività parlamentare: ricordiamo che nel
primo grado del processo Aemilia Augusto Bianchini è stato condannato a 9 anni e 10 mesi e la moglie Bruna Braga a 4 anni.

'L'affermazione che ero a conoscenza dei rapporti con la Ndrangheta intrattenuti da Augusto Bianchini è una macroscopica menzogna smentita proprio dallo stesso materiale fornito dal Gip - afferma Giovanardi -. Non soltanto infatti i Bianchini mi hanno ripetutamente giurato di non avere mai avuto rapporti con la Ndrangheta, ma nel video illegittimamente mostrato al processo Aemilia, in cui il sottoscritto, senatore in carica, viene ripreso da Alessandro Bianchini nel suo studio nell'esercizio delle sue funzioni senza aver chiesto l'autorizzazione a questa Giunta, incalzo ripetutamente i Bianchini a dirmi tutta la verità, perchè se ci fossero state ombre sul loro comportamento sarebbero certamente emerse. Le mezze frasi della moglie su una cambiale o sulla ditta Giglio operante allora legalmente nel settore edile e relativa alle operazioni della Bianchini, non fanno mai nessun riferimento implicito o esplicito alla Ndrangheta, anzi sia Augusto che Alessandro lo negano decisamente'. E ancora: 'E' vero che Augusto Bianchini e Bruna Braga sono stati condannati nel primo grado del processo Aemilia, ma i due figli minori presenti a quell'incontro sono stati assolti da ogni accusa e ad Alessandro non è stata riconosciuta l'aggravante mafiosa. E' curioso che io avrei dovuto sapere quello che nemmeno i figli impegnati nell'impresa sapevano'.

Capitolo ad hoc delle 14 pagine di difesa presentate da Giovanardi è dedicato poi ai rapporti tra lo stesso Giovanardi e l'ex viceprefetto Mario Ventura.
'Ho sempre avuto amicizia e stima del dottor Ventura: quando ero sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ho ripetutamente e legittimamente segnalato all'allora sottosegretario agli Interni e poi ministro della Giustizia Nitto Palma, che sarebbe stato giusto promuoverlo prefetto in una sede fuori Modena - scrive Giovanardi nella sua difesa -. Un truffatore della Safi, parlando con un pregiudicato, avrebbe detto che 'il dottor Ventura è amicissimo di Giovanardi e che sembra non muova foglia che lui non voglia'. Ventura non mi ha mai messo a conoscenza di nessun segreto della Prefettura, non ho mai avuto verbali della Commissione prefettizia e mi limitavo a diffondere le motivazioni delle interdittive quando il testo era stato messo a disposizione delle stesse aziende colpite. Sino all'arresto dei Bianchini io ero completamente all'oscuro di indagini nei loro confronti'.

Durante l'audizione di ieri Pietro Grasso ha chiesto chiarimenti a Giovanardi sulle sue conoscenze rispetto a precedenti procedimenti dei Bianchini, dopodichè la seduta si è chiusa.
A questo punto starà alla giunta per le autorizzazioni del Senato decidere se sentire nuovamente l'ex senatore o se dare direttamente il proprio parere sulle richieste avanzate da Giovanardi a conclusione della memoria (conflitto di attribuzione e divieto di utilizzo dei tabulati telefonici) e comunque, alla fine, sarà la stessa Aula del Senato a votare. 


 

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