TRADITORI DELLO STATO

LA RASSEGNA STAMPA
prima del processo

2019

​cliccare sulla foto per ingrandire e, se presente, su "GO TO LINK"

Aemilia, le accuse della Dda di Bologna a Giovanardi:
“Le pressioni e le minacce per rivedere l’interdittiva antimafia”

Per gli inquirenti l'ex senatore aveva cercato insieme ad altri di ottenere la reiscrizione alla White List della Bianchini Costruzioni srl, impresa edile di San Felice sul Panaro. Il titolare della ditta, in primo grado, è stato condannato a 9 anni

di Paolo Bonacini | 6 Marzo 2019

La notizia degli avvisi di garanzia al senatore Carlo Giovanardi, al capo di gabinetto della prefettura di Modena Mario Ventura, al funzionario dell’Agenzia delle Dogane Giuseppe Marco De Stavola, e a tre membri della famiglia Bianchini rinviati a giudizio in Aemilia, piombò nell’aula bunker del processo nell’aprile 2018. Secondo la Dda di Bologna avevano cercato tutti assieme nel 2014, con mezzi illeciti, di ottenere la reiscrizione alla White List della Bianchini Costruzioni srl, impresa edile di San Felice sul Panaro colpita da interdittiva antimafia del prefetto nel giugno 2013. La successiva richiesta di rinvio a giudizio (che riguarda complessivamente 12 persone) è datata 7 giugno 2018 e porta le firma dei pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi. L’accusa principale è di minacce a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato e di rivelazione di segreti d’ufficio, con le aggravanti dell’abuso di potere, del metodo mafioso e della continuità nel reato.

La posizione di Giovanardi era sospesa
La richiesta al gip di Bologna Alberto Ziroldi escludeva espressamente l’ex senatore Carlo Giovanardi, allora esponente del Nuovo Centrodestra, la cui posizione era processualmente sospesa in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale arrivato oggi, sull’utilizzabilità dei tabulati telefonici riferiti a conversazioni di cui era protagonista il parlamentare. Ma è proprio l’ex ministro del governo Berlusconi, secondo le indagini della Procura Antimafia, il perno politico su cui ruotava il tentativo degli imprenditori edili Bianchini (Augusto, la moglie Bruna Braga e il figlio Alessandro) di restare nel mercato degli appalti pubblici post terremoto, nonostante le accertate relazioni con esponenti della famiglia di ‘ndrangheta Grande Aracri per false fatturazioni e prestazioni di mano d’opera.

Il muro da incrinare era rappresentato dal GIRER, il Gruppo Interforze costituito all’indomani delle violente scosse del 2012 in Pianura Padana. Aveva l’obbiettivo di contrastare la criminalità organizzata nei suoi prevedibili tentativi di assalto agli appalti della ricostruzione e ne facevano parte esperti della Direzione antimafia, di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Fu il GIRER a spingere il prefetto di Modena Benedetto Basile a firmare l’interdittiva contro la Bianchini Costruzioni srl e ad esprime parere contrario, quando l’impresa finì in liquidazione, all’ammissione alla White List della neonata ditta individuale IOS del figlio di Augusto, Alessandro Bianchini, ritenendola in continuità con la precedente. Fu contro il GIRER, in particolare contro il suo pilastro ritenuto più ostico, i Carabinieri, che secondo le indagini della Direzione Antimafia si scagliò Giovanardi.

La Dda di Bologna: “Pretendeva cambio di posizione” su interdittiva
Dice la richiesta di rinvio a giudizio che il 17 ottobre del 2014 il senatore chiese ed ottenne un incontro in un locale pubblico con il colonnello Stefano Savo, Comandante Provinciale, e con il tenente colonnello Domenico Cristaldi, Comandante del Reparto Operativo, “nel corso del quale apertamente minacciava i due ufficiali e ne offendeva il decoro” chiedendo i motivi della loro posizione contro i Bianchini e “chiaramente pretendendo un cambio della predetta posizione”. I due non furono gli unici né i primi a subire le sue ire: è lo stesso Giovanardi a raccontare ad Augusto e Alessandro Bianchini (che ha la singolare abitudine di riprendere di nascosto le conversazioni, alcune delle quali proposte nell’aula di Aemilia) di avere parlato con il prefetto e il questore, definendo il colloquio “una rissa”. Giovanardi non sa di essere ripreso e richiama le proprie frasi più ad effetto: “Gli ho detto: à la guerre comme à la guerre. Io su questa roba faccio tutta una interrogazione con tutti i passaggi, eh? Con Bianchini… io se fossi in lui… verrei qua con la rivoltella e vi ammazzo tutti… vi rendete conto che state facendo delle robe… folli!… folli!!”

Le interpellanze e i colloqui con gli ufficiali dell’Arma
L’attività di Giovanardi a sostegno dei Bianchini è intensa. Il senatore presenta due interpellanze parlamentari, la prima il 22 luglio 2014 e la seconda il 21 ottobre. Conosce in anticipo movimenti e provvedimenti delle Forze dell’ordine grazie al lavoro del capo di Gabinetto della Prefettura e del funzionario dell’Agenzia delle Dogane. Partecipa con i Bianchini a una conferenza stampa che attacca il ricorso alle interdittive e contatta più volte le più alte autorità delle Forze di Polizia, pur senza titoli o mandato. Degenerando secondo la Direzione Distrettuale Antimafia in “pressioni e minacce anche esplicite nei confronti dei singoli componenti del Gruppo Interforze”, in “pressioni e dirette minacce al Prefetto pro-tempore di Modena Michele Di Bari, aggredendolo verbalmente”, e nelle “minacce dirette e gravi ai due Ufficiali Superiori dell’Arma dei Carabinieri”. Dice il Colonnello Stefano Savo richiamando il colloquio voluto da Giovanardi: “Il senatore ha detto espressamente che qualcuno avrebbe dovuto rispondere dei danni derivanti da questi interventi, facendo il parallelo con il tema della responsabilità dei magistrati e dicendo che era sua intenzione fare degli esposti alla magistratura. Ho avuto la percezione che potesse riferirsi direttamente anche alla mia persona”.  Aggiunge il Tenente colonnello Domenico Cristaldi: “Il senatore, in una sorta di crescendo, ha detto espressamente di sapere che era l’Arma ad essersi pronunciata in modo negativo in sede del Gruppo Interforze”.

“La conversazione kafkiana e il muro”
Giovanardi nel suo ufficio il 18 ottobre lo racconta ai Bianchini che riprendono di nascosto anche questo incontro. Ha capito parlando con il Questore, con il Prefetto e con il Comandante del Girer, che non sono loro a porre ostacoli: “Sono i Carabinieri, si capisce benissimo! E con loro ho avuto un’ora e mezzo di discussione kafkiana, perché… è come parlare con il muro”. Più morbido del muro dell’Arma sembra invece essere il nuovo prefetto Michele Di Bari, che accetta di riconvocare il Gruppo Interforze ben otto volte tra l’agosto 2014 e il gennaio 2015, pur senza elementi di novità, per valutare la riammissione dei Bianchini alla White List. Ma il muro resiste alle bordate di Giovanardi e il 28 gennaio 2015 arrivano i 117 arresti richiesti dalla Dda nell’ambito della operazione Aemilia che portano in galera, provvisoriamente, anche Augusto Bianchini, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. La moglie e il figlio finiscono agli arresti domiciliari. La battaglia di Carlo Giovanardi può concludersi lì. Per la cronaca Augusto Bianchini nel primo grado di Aemilia (rito ordinario) è stato condannato il 31 ottobre 2018 a 9 anni e 10 mesi di carcere, la moglie Bruna Braga a 4 anni, il figlio Alessandro a 3 anni.

2018

​cliccare sulla foto per ingrandire e, se presente, su "GO TO LINK"

2017

​cliccare sulla foto per ingrandire e, se presente, su "GO TO LINK"

Carlo Giovanardi minacciava i carabinieri

L'ex ministro, componente della commissione antimafia è indagato con l’accusa di aver fatto pressioni per favorire un’impresa ritenuta vicina alla ’ndrangheta. E dalle intercettazioni emergono le minacce del politico alle forze dell'ordine

di Giovanni Tizian | 10 Maggio 2017

Lui che ha sempre difeso l’onore delle forze dell’ordine, ora si ritrova accusato, tra l’altro, di aver minacciato con pressioni indebite due ufficiali dell’Arma dei carabinieri.
L’ex ministro del governo Berlusconi, Carlo Giovanardi, starà ripensando a tutte quelle volte in cui si è schierato per proteggere dal “fango” mediatico gli uomini in divisa ogni volta che uno di questi finiva al centro delle cronache per aver violato la legge, vedi caso Cucchi, Aldrovandi e molti altri ancora. Perché il senatore ha un’idea di Stato molto particolare. È lui stesso a spiegarla a un colonnello dei carabinieri, il quale, poi, sentito come persone offesa in un’indagine antimafia, ai pm riferisce: «Il senatore ha raccontato di un generale dell’Arma che aveva avuto problemi giudiziari, relativi agli anni Ottanta. Riferendosi alla successiva assoluzione del militare, Giovanardi disse che aveva ottenuto dall’allora ministro dell’Interno Mancino un interessamento a favore del medesimo per quanto riguardava il sostegno delle spese legali. Disse precisamente che il giorno dopo aver parlato con Mancino si presentò qualcuno alla porta del generale con il contante. Specificò poi trattarsi di 70 milioni di lire. Mi pare che il senatore abbia riferito questo episodio dicendo che questo era quello che doveva fare lo Stato e cioè essere vicino, disse che lui lo Stato lo intendeva in quel modo, non compresi se alle forze di polizia o a chi risultava poi assolto».

Il particolare, finora inedito, è contenuto nel fascicolo dell’inchiesta antimafia di Bologna che ha tra gli indagati proprio il senatore di “Idea”, il partito fondato di recente insieme a Gaetano Quaglariello e a Eugenia Roccella.
La posizione dell’ex ministro è al vaglio del giudice delle indagini preliminari, che sta valutando la rilevanza di alcune intercettazioni e di numerosi tabulati, i contatti telefonici, cioè, del parlamentare con altre persone coinvolte nell’indagine.

La “vicenda Giovanardi” rientra nel filone investigativo relativo agli appoggi interni alla prefettura di Modena su cui poteva contare un’azienda sotto processo per ’ndrangheta. I titolari sono imputati a Reggio Emilia per concorso esterno in associazione mafiosa. Nella stessa aula alla sbarra c’è il gotha della ’ndrangheta emiliana: boss, gregari e complici del clan guidato da Nicolino Grande Aracri, detto “Mano di gomma”, che vanta amicizie massoniche e vaticane. Un maxiprocesso, questo, con oltre 140 persone in attesa di giudizio.

Il nome di Giovanardi è già emerso durante alcune udienze del dibattimento. Nell’indagine a carico del senatore , componente anche della commissione antimafia, i pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini contestano la rivelazione di segreto e la minaccia a corpo amministrativo dello Stato. Con un’aggravante molto seria: aver agevolato l’organizzazione mafiosa, cioè la ’ndrangheta, che grazie alla società Bianchini era entrata nel giro che conta degli appalti. Una società, la Bianchini, che gli inquirenti ritengono a disposizione dei clan.

Insieme al parlamentare sono indagate altre 11 persone, tra cui gli imprenditori che hanno chiesto aiuto al politico e il capo di gabinetto della prefettura modenese, Mario Ventura. Giovanardi, sostengono i pm, sarebbe stato consapevole delle relazioni pericolose degli imprenditori modenesi. Eppure ha proseguito nella sua crociata per salvare l’azienda dai provvedimenti della prefettura di Modena, istituzione che aveva escluso la Bianchini costruzioni dalle “white list”, gli elenchi prefettizi delle aziende “pulite”.

Solo le imprese iscritte a queste liste possono lavorare nei cantieri pubblici della ricostruzione post terremoto. Crociata fatta di un pressing costante sulle istituzioni locali e centrali. Minacciando trasferimenti e denunce nei confronti dei servitori dello Stato che, invece, resistevano al pressing a tutto campo del parlamentare. L’atto d’accusa della procura antimafia è un lungo elenco di date, riunioni, colloqui registrati. Fatti che riconducono l’attività dell’ex ministro, fino al 2011 anche sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un recinto ben preciso: ha agito, sostengono i pm, «in assenza di qualsiasi connessione, se non strumentale, con qualsivoglia attività parlamentare».

Il senatore si difende affermando che ha agito sempre secondo le regole, del resto, dice, è prerogativa di un senatore della Repubblica svolgere attività di sindacato ispettivo sulle altre istituzioni, in questo caso la prefettura. Nulla da obiettare, se non fosse per gli incontri che, secondo gli inquirenti, sono andati oltre le «prerogative» del ruolo istituzionale che ricopre. Sul comportamento di Giovanardi emergono ulteriori particolari, che a prescindere dal rilievo penale o meno, lo rendono una figura ingombrante all’interno della commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi.

È opportuno, infatti, che un membro di questa commissione pronunci frasi del tipo «purtroppo il prefetto è un coniglio, personaggio che pensa solo a non fare cose che siano controproducenti per lui», così come risulta dagli atti? Oppure che manifesti l’intenzione di rivolgersi a un funzionario del ministero per chiedere «la testa del prefetto»? E poi ci sono due verbali, che hanno un peso specifico non indifferente, che descrivono nei dettagli la strategia del politico. Sono, appunto, quelli dei due carabinieri. Uno porta la firma del colonnello Stefano Savo, ex comandante provinciale dei carabinieri di Modena, l’altro è del tenente colonnello Domenico Cristaldi, capo del nucleo investigativo, il reparto cioè che ha seguito fin dall’inizio l’inchiesta Aemilia sulla ’ndrangheta emiliana e dove è rimasto implicato l’imprenditore che “attiva” Giovanardi. Entrambi gli ufficiali sono stati contattati dal senatore per avere un incontro e discutere del caso “Bianchini”.

I due si recano all’appuntamento in uniforme, così da non lasciare spazio a equivoci. Il luogo stabilito era uno spazio pubblico, alla presenza, quindi, di altre persone. Il colonnello Savo, per primo, riporta quanto dettogli quel giorno dal senatore: «Disse che qualcuno avrebbe dovuto rispondere dei danni derivanti da questi interventi, facendo il parallelo con la responsabilità dei magistrati e dicendo che era sua intenzione presentare degli esposti su questa vicenda. Ho avuto la percezione che volesse riferirsi al mio comando e alla mia persona». L’altro ufficiale chiarisce meglio il tono usato dal politico: «Mai immaginavo che le attenzioni manifestate dal senatore potessero giungere a un incontro del genere...voglio sottolineare che ha tenuto un comportamento estremamente deciso e perentorio, incalzante...Peraltro sia io che il comandante eravamo in divisa, in un esercizio pubblico, e il parlamentare non usava un tono di voce basso». Un grande imbarazzo, dice di aver provato Cristaldi, «per i temi trattati e i toni, proprio perché riguardavano una nostra attività di ufficio di natura riservata e di cui lui si mostrava pienamente a conoscenza».

C’è, tuttavia, una data che rappresenta uno spartiacque. Almeno questa è l’ipotesi dei pm. Si tratta del 18 ottobre 2014. È il giorno in cui nell’ufficio del politico, a Modena, si è tenuto uno degli incontri riservati tra Giovanardi e la famiglia Bianchini. In questa occasione gli imprenditori, con il “vizietto”di registrare gli incontri importanti, ammettono davanti al parlamentare di aver sgarrato più di una volta. Dove per sgarrare intendono rapporti commerciali e fatture false con pezzi grossi della ’ndrangheta oltre che l’assunzione di operai tramite un boss calabrese. Oltre a verbali e registrazioni private, quelle effettuate dagli imprenditori, gli inquirenti chiedono di potere utilizzare alcune telefonate.
Da quanto risulta all’Espresso sono quattro dialoghi telefonici intercettati per caso durante un’altra indagine, parallela. Si tratta di telefonate tra Giovanardi e un imprenditore, Claudio Baraldi, titolare di un’impresa anch’essa in passato bloccata dalla prefettura di Modena con un’interdittiva antimafia. A differenza della Bianchini, la Baraldi, che orbita nella galassia confindustriale, è stata poi riabilitata. Pure per riabilitare quest’ultima società Giovanardi si era speso moltissimo. È forse per questo motivo che chi indaga ritiene fondamentali quelle telefonate. Materiale investigativo utile a ricostruire tutta la vicenda e soprattutto il ruolo del senatore.
Se il giudice dovesse ritenerle rilevanti sarà lui stesso a inviare tutta la documentazione alla giunta per le autorizzazioni del Senato. Ma l’ultima parola spetterà all’aula di palazzo Madama. Saranno i senatori, infatti, a esprimersi sull’utilizzo delle intercettazioni in cui spunta l’ex ministro che risolve problemi e che «sfruttava la sua influenza politica e il prestigio derivante dagli incarichi in passato occupati nel governo italiano nonché quello instaurato con le autorità prefettizie».

Nell’informativa dei carabinieri di Modena, inoltre, vengono individuate alcune utenze telefoniche contattate da Giovanardi. Ai pm interessano quelle di cinque persone, tra cui il capo di gabinetto della prefettura di Modena - grande amico del politico - e dei Bianchini. Vista la delicatezza del ruolo ricoperto da Giovanardi, gli inquirenti nella loro richiesta al gip precisano che «non sono state disposte acquisizioni di dati relativi al traffico telefonico di utenze in qualsiasi modo ricollegabili al parlamentare... L’obiettivo iniziale era ricostruire la ragnatela di rapporti esistente attorno ai Bianchini e individuare coloro che avevano agito illecitamente nel loro interesse». In pratica, la procura di Bologna stava seguendo tutt’altra pista. Poi, a un certo punto, piomba sulla scena Carlo Giovanardi, che le prova tutte per capovolgere l’esito dell’indagine amministrativa a carico dell’azienda modenese. Una missione ossessiva, tanto che il capo di gabinetto della prefettura definì l’amico parlamentare un «martello pneumatico» per la determinazione dimostrata nel voler salvare quell’impresa che secondo gli investigatori era nell’orbita del clan.

Aggiornamento delle ore 20 del 10 maggio 2017
"Giovanardi via dalla commissione antimafia"
Dopo l'anticipazione dell'Espresso sull'indagine a carico del senatore Carlo Giovanardi da parte dell'antimafia di Bologna, la commissione presieduta da Rosi Bindi prende posizione, chiedendo al parlamentare di non partecipare più ai lavori per opportunità politica. Stessa richiesta avanzata nei confronti dell'onorevole Riccardo Nuti (M5S).

"Giovanardi via dalla commissione antimafia"

L'ufficio di presidenza della commissione parlamentare antimafia ha chiesto che il senatore indagato valuti l'opportunità di sospendere la partecipazione ai lavori

di Redazione | 10 Maggio 2017

Dopo  l'anticipazione dell'Espresso  sull'indagine a carico del senatore Carlo Giovanardi da parte dell'antimafia di Bologna, la commissione presieduta da Rosi Bindi prende posizione, chiedendo al parlamentare di non partecipare più ai lavori per opportunità politica. Stessa richiesta avanzata nei confronti dell'onorevole Riccardo Nuti (M5S).
Ecco il comunicato:
"L’Ufficio di Presidenza della Commissione parlamentare Antimafia, ha esaminato le questioni relative alle vicende del sen. Carlo Giovanardi e dell’on. Riccardo Nuti, coinvolti in indagini giudiziarie. Preso atto di non avere alcun potere sulla composizione della Commissione i cui membri sono designati all’inizio dei lavori dai Presidenti delle Camere su indicazione dei Gruppi parlamentari; e riconoscendo che allo stato non ricorrono le condizioni previste dal Codice di autoregolamentazione e dalla Legge istitutiva, è stato deciso all’unanimità di richiedere al sen. Carlo Giovanardi e al on. Riccardo Nuti di valutare l’opportunità politica di sospendere la loro partecipazione, sotto qualsiasi forma, ai lavori della Commissione". 

2015

​cliccare sulla foto per ingrandire e, se presente, su "GO TO LINK"

2014

​cliccare sulla foto per ingrandire e, se presente, su "GO TO LINK"

Sito gestito in forma puramente volontaria a cura di: movimento Agende Rosse di Salvatore Borsellino - gruppo Mauro Rostagno - Modena