TRADITORI DELLO STATO

LA RASSEGNA STAMPA
prima del processo

2014

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2015

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2017

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Il senatore Carlo Giovanardi è indagato dall'antimafia

Il parlamentare avrebbe fatto pressioni sulle istituzioni per agevolare un'impresa modenese, sospettata di complicità con i clan. Due i reati contestati: rivelazione di segreti e minaccia. La vicenda nasce da un filone dell'inchiesta Aemilia sulla 'ndrangheta emiliana

di Giovanni Tizian | 10 Aprile 2017

L'ultima crociata del senatore Carlo Giovanardi sarà, forse, la più difficile da affrontare. Dovrà infatti difendersi dalle pesanti accuse che gli contestano i magistrati di Bologna. L'attuale membro della commissione antimafia - già ministro e sottosegretario berlusconiano - è indagato per rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio e minaccia o violenza a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Il tutto con l'aggravante di aver rafforzato l'associazione mafiosa, agevolandola. In questo caso specifico, l'associazione, risponde al nome di 'ndrangheta emiliana.
Giovanardi, in pratica, avrebbe utilizzato notizie riservate e fatto pressioni indebite per salvare dall'interdittiva antimafia del prefetto una società di costruzioni modenese, esclusa dai lavori pubblici perché condizionata dalle cosche. Il titolare dell'azienda Bianchini costruzioni è sotto processo per concorso esterno alla mafia a Reggio Emilia, insieme ai capi bastone dell'organizzazione criminale. Ma il senatore, è l'ipotesi degli inquirenti, non si è fatto alcuno scrupolo nel montare una campagna contro prefetti, investigatori e magistratura, per tutelare un imprenditore che con gli uomini del padrino Nicolino Grande Aracri andava a braccetto.
Con i titolari di questa azienda di San Felice, paesone colpito pesantemente dal sisma del 2012, l'ex ministro si è incontrato varie volte. Anche nel suo studio. Per il politico modenese i Bianchini sono imprenditori seri, guai a chi lo mette in dubbio. E per questo vanno difesi senza remore, nonostante le pesanti accuse dell'antimafia e il primo pentito della cosca emiliana che ha riempito decine di verbali sugli affari portati avanti con la complicità dell'imprenditore modenese, che oltre a fare la parte del leone nella ricostruzione post terremoto aveva ottenuto lavori anche nei cantieri Expo di Milano.
A Giovanardi l'avviso è stato notificato lo scorso venerdì, alla vigilia del primo congresso provinciale del nuovo movimento politico, Idea popolo e libertà, di cui è fondatore insieme a Eugenia Roccella e Gaetano Quaglieriello. Tra gli indagati altre tre persone, che lo stesso giorno hanno ricevuto il medesimo avviso, tra questi c'è il capo di gabinetto della prefettura di Modena, Mario Ventura.
Oltre all'informazione di garanzia gli indagati hanno ricevuto la notifica della fissazione dell'udienza davanti al gip, chiesta dai pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini, a maggiore tutela del parlamentare. Infatti, in base all'articolo 6 della normativa sulle «disposizioni in materia di processi penali nei confronti di alte cariche dello Stato», per utilizzare le intercettazioni che riguardano deputati e senatori è necessario chiedere il via libera alla giunta per le autorizzazioni. Nel caso di Giovanardi i pm hanno preferito adottare una cautela ulteriore, e far decidere a un giudice terzo la rilevanza o meno di quelle telefonate “indirette” in cui spunta il senatore, membro peraltro della commissione antimafia. Solo se il gip dovesse ritenerle rilevanti verranno inviate al Senato.
Sempre lo stesso gip dovrà valutare anche i tabulati acquisiti durante i due anni di indagine riservatissima condotta dal nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri di Modena coordinati dai pm che hanno firmato la maxi inchiesta Aemilia, quella sulla 'ndrangheta emiliana appunto. Non è un caso ovviamente che il filone “Giovanardi” scaturisca da questa indagine.
I sospetti sull'ex ministro iniziano a prendere forma proprio nei giorni immediatamente successivi alla retata “Aemilia”. Da quando cioè l'allora procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso, si recò in gran segreto negli uffici della prefettura modenese per sentire quale persona informata dei fatti l'attuale capo di gabinetto del prefetto, Mario Ventura, indagato ora insieme al politico. Dopo di lui, tenendo sempre un bassissimo profilo, la procura ha ascoltato diversi testimoni: dagli ex prefetti di Modena fino ad arrivare al capo del Girer, il poliziotto Cono Incognito, che guida il gruppo di indagine creato ad hoc per vigilare sulla ricostruzione del dopo sisma.
Sotto i riflettori la strategia per far rientrare alcune aziende storiche del territorio sospettate di vicinanza ai clan negli elenchi “mafia free” della prefettura. Ventura, quando fu ascoltato dai magistrati, definì il suo amico senatore «un martello pneumatico» per le pressioni continue che esercitava con il fine di convincere a riabilitare l'impresa Bianchini. Società attivissima in regione e nella ricostruzione post terremoto, poi bloccata perché condizionata dal clan Grande Aracri, famiglia di 'ndrangheta con cuore a Cutro, provincia di Crotone, ma testa e cassaforte tra Modena, Reggio Emilia e Parma, da ormai quasi 40 anni.


I video sequestrati
Tra il materiale acquisito dagli investigatori, in parte già mostrato durante il dibattimento in corso a Reggio Emilia contro la 'ndrangheta emiliana, c'è un video registrato da Alessandro Bianchini, il figlio di Augusto. Entrambi sotto processo per complicità con la cosca, godono di un un ottimo rapporto con Giovanardi. Tuttavia è nella natura dei Bianchini non fidarsi di nessuno. Per questo Alessandro ha l'abitudine di registrare tutti gli incontri che organizza. Così tra i segreti archiviati custodisce nell'hard disk del pc anche i dialoghi con il senatore.
Per i pm un video più degli altri ha un'importanza fondamentale. Porta la data del 18 ottobre 2014: I Bianchni ammettono davanti a Giovanardi di avere fatto fatture false con il gruppo dei “cutresi” e non nascondono il rapporto con Bolognino, il braccio operativo del grande capo don Nicolino Grande Aracri. Confermano in pratica quanto gli contesta la procura. Da questo momento in poi Giovanardi è, secondo i pm, consapevole del ruolo di Bianchini. Ma nonostante ciò ha proseguito nella sua opera di pressing sulle istituzioni. Il pressing, è bene sottolinearlo, secondo Giovanardi rientrava nelle prerogative di un parlamentare, a tutela dell'economia del territorio e per cambiare una legge, quella sulle interdittive antimafia, secondo lui inefficiente e pericolosa.

C'è poi un secondo audio ritenuto di grande interesse. Perché qui il senatore usa parole molto forti. Arrivando persino a dire davanti agli imprenditori che: «A quelli ho detto che se fossi in Bianchini verrei qua con una rivoltella e ammazzo tutti, creando un precedente... folli...folli...».


Le minacce
L'altro capitolo riguarda le minacce di Giovanardi nei confronti di chi non sottostava alle sue richieste. Su sollecitazione di Bianchini, Giovanardi prendeva contatti con tutte le autorità coinvolte: prefetto, capo di gabinetto, questore, comandanti provinciali di carabinieri e finanza, con i loro superiori gerarchici anche a Roma, con stretti collaboratori del ministero interni, e con Bruno Frattasi, direttore ufficio legislativo e relazioni parlamentari.
Tutto con il fine di condizionare l'attività della prefettura, per indirizzare future decisioni e ottenere la revisione del provvedimento su Bianchini. Il senatore ha proseguito la battaglia per mesi. Con modalità tali, sostengono gli inquirenti, da generare preoccupazione in chi riceveva le richieste. Soprattutto in relazione alle ripercussioni cui sarebbero andati incontro qualora non avessero aderito ai desiderata di Giovanardi in merito alla revisione del provvedimento.
Ecco qualche esempio in mano a chi indaga: agli ultimi due prefetti di Modena, il prefetto Benedetto Basile e Michele Di Bari, gli sarebbe stata prospettata l'adozione di un trasferimento ad altra sede o incarico attraverso interventi diretti presso il ministero dell'Interno; agli ufficiali dei Carabinieri è stata paventata la presentazione di esposti all'autorità giudiziaria, e l'avvio di un'incisiva azione parlamentare nel tentativo di influenzare le decisioni di chi avrebbe poi dovuto decidere delle sorti di Bianchini.

Un clima di tensione
Il comportamento e l'atteggiamento di Giovanardi hanno creato un clima di forte tensione all'interno della Prefettura. Tensione soprattuto attorno al prefetto dell'epoca Michele di Bari. Che ha resistito alla richieste continue del senatore, più che certo di centrare l'obiettivo e regalare a Bianchini la nuova iscrizione nelle white list prefettizie.
L'ex ministro berlusconiano non poteva imbarcasi in questa avventura tutto solo. Così all'interno di questo quadro è emerso il ruolo di altri personaggi che a vario titolo si sono spesi per vincere la partita. Un quadro, sostengono i magistrati, in cui la prefettura appare vulnerabile alle interferenze esterne. E in cui l'allora prefetto si è trovato stretto tra l' ingerenza di Giovanardi, l'intransigenza degli investigatori e un funzionario disponibile ad ascoltare le pretese del politico, che solo tre giorni fa lanciava l'allarme su sicurezza e immigrazione dal palco del congresso provinciale del suo nuovo partito “Idea”.

Antimafia, Giovanardi furioso: «Il prefetto è un coniglio, chiederò la sua testa»

Minacce, pressioni e segreti. La strategia dell'ex ministro di Berlusconi per aiutare l'azienda legata alla 'ndrangheta emiliana. Ecco le carte dell'inchiesta di Bologna sul parlamentare modenese. Entro 10 giorni il giudice si pronuncerà sull'utilizzo delle intercettazioni in cui c'è la voce del parlamentare

di Giovanni Tizian | 27 Aprile 2017

Quel prefetto è «un coniglio». E ancora: «Quando vado a Roma chiedo la sua testa». Il copyright è del senatore Carlo Giovanardi, un «martello pneumatico» (lo definisce uno degli indagati) che non si ferma davanti a niente. Sul ruolo del parlamentare di “Idea”,  indagato insieme ad altre 11 persone dall'antimafia di Bologna , emergono ulteriori particolari. Dettagli che rischiano di mettere in serio imbarazzo il senatore che peraltro siede in commissione antimafia. Il parlamentare è sotto inchiesta per rivelazione di segreto e minaccia a corpo amministrativo dello Stato. Con un'aggravante molto seria: aver agevolato l'organizzazione mafiosa, cioè la 'ndrangheta, che grazie alla società Bianchini era entrata nel giro giusto degli appalti. Una società, la Bianchini, che gli inquirenti ritengono a disposizione dei clan. I titolari infatti sono imputati per concorso esterno in associazione mafiosa a Reggio Emilia insieme al gotha emiliano della mafia calabrese.
Per sette mesi, è l'ipotesi degli inquirenti, l'ex ministro del governo Berlusconi ha esercitato «pressioni e minacce» su prefetti, ufficiali dell'Arma, poliziotti e funzionari. Una frenetica attività di pressing a tutto campo mirata a salvare due imprenditori modenesi che da circa un anno sono alla sbarra in un processo di 'ndrangheta con centinaia di imputati. Ma non solo. Agli imprenditori avrebbe anche rivelato notizie riservate apprese direttamente dal palazzo della prefettura.
L'atto d'accusa della procura antimafia è un lungo elenco di date, riunioni, colloqui registrati. Fatti che riconducono l'attività dell'ex ministro, fino al 2011 anche sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un recinto ben preciso: ha agito, sostengono i pm, «in assenza di qualsiasi connessione, se non strumentale, con qualsivoglia attività parlamentare».
Una valutazione che sconfessa così la tesi difensiva di Giovanardi, il quale ha sempre sostenuto che ciò che ha fatto rientrava tra le sue prerogative di parlamentare. Tra gli indagati, oltre al senatore, ci sono altre 11 persone, tra questi c'è il capo di gabinetto della prefettura di Modena, Mario Ventura, e i titolari dell'impresa Bianchini, Augusto e Alessandro Bianchini e Bruna Braga.
C'è, tuttavia, una data che rappresenta uno spartiacque. Si tratta del 18 ottobre 2014. È il giorno in cui nell'ufficio del politico, a Modena, si è tenuto uno degli incontri riservati tra Giovanardi e la famiglia Bianchini. In questa occasione gli imprenditori, che hanno il vizietto di registrare gli incontri a cui vanno, ammettono davanti al parlamentare di aver sgarrato più di una volta. Dove per sgarrare intendono rapporti commerciali e fatture false con pezzi grossi della 'ndrangheta oltre che l'assunzione di operai tramite un boss calabrese.
Da quel 18 ottobre Giovanardi è dunque, così sostengono i pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini, consapevole delle relazioni pericolose degli imprenditori modenesi. Eppure prosegue nella sua crociata per salvare l'azienda dai provvedimenti della prefettura di Modena, istituzione che aveva escluso la Bianchini costruzioni dalle “white list”, gli elenchi prefettizi delle aziende “pulite” . Solo le imprese iscritte a tali liste possono lavorare nei cantieri pubblici della ricostruzione post terremoto.

È nella stessa riunione del 18 ottobre che Giovanardi definisce l'allora prefetto di Modena, Michele Di Bari, da un anno a Reggio Calabria, un «coniglio che pensa solo a non fare cose che lui ritiene controproducenti per sé stesso», colpevole, secondo il politico, di non intervenire in favore dell'impresa a cui il senatore tiene tantissimo. Il prefetto Di Bari è una delle vittime del senatore, che sul rappresentante del governo - si legge nei documenti dell'accusa - «usava pressioni e anche dirette minacce aggredendolo verbalmente in numerose occasioni per ottenere la mutazione dei provvedimenti adottati nei confronti della Bianchini costruzioni». La tensione con Di Bari aveva raggiunto livelli altissimi, tanto che quel 18 ottobre davanti ai Bianchini, Giovanardi arriva a dire: «Quando vado a Roma, magari chiedo la testa del prefetto eh! Se il prefetto non sa fare il suo mestiere vada a casa».
Tra i nemici giurati del senatore c'erano soprattutto i carabinieri di Modena. Additati come i veri responsabili della drammatica situazione patita dai Bianchini. Ritenuti più colpevoli di altri del “danno” provocato all'impresa emiliana. Per questo motivo Giovanardi ottiene un incontro anche con due ufficiali. All'appuntamento in un luogo pubblico si recano l'allora comandante provinciale di Modena, il colonnello Stefano Savo, e Domenico Cristaldi, capo del nucleo investigativo.
I due vanno all'appuntamento in divisa affinché non si crei alcun tipo di equivoco. Ma pure in questa occasione l'ex ministro sfoga tutto il suo disappunto: « Il Senatore ha detto espressamente che qualcuno avrebbe dovuto rispondere dei danni derivanti da questi interventi facendo il parallelo con la responsabilità dei magistrati e dicendo che era sua intenzione presentare degli esposti su questa vicenda. Ho avuto la percezioni che volesse riferirirsi al mio comando e alla mia persona», ha spiegato ai magistrati il colonnello Savo quando è stato sentito come testimone.
Agli atti anche la testimonianza del secondo militare: «Voglio sottolineare che il senatore ha tenuto un comportamento estremamente deciso e perentorio, spesso non permettendo al comandante provinciale di concludere i propri interventi e proseguendo nelle sue valutazioni in modo incalzante. Peraltro sia io che il colonnello Savo eravamo in divisa, in un esercizio pubblico e il senatore utilizzava un tono di voce non certamente basso».
Tutto legittimo, sostiene Giovanardi. Convinto di avere agito con strumenti parlamentari, è la difesa che porterà in aula. Tuttavia, c'è una grande differenza tra il presentare un'interrogazione in Senato e minacciare con il trasferimento o la denuncia uomini delle istituzioni. Grandi manovre per salvare una sola azienda. La Bianchini Costruzioni, che fino a quattro anni faceva incetta di appalti in giro: aveva ottenuto anche un appalto nell'ambito di Expo 2015 ed è stata molto presente nella prima fase della ricostruzione post terremoto.
Poi a giugno 2013 inizia l'incubo: la società di costruzioni viene colpita dal provvedimento del prefetto. Due anni dopo i titolari verranno arrestati nella retata anti 'ndrangheta denominata Aemilia. Quando i Bianchini ricevono la notifica dell'esclusione dalle “White list”, si rivolgono immediatamente al parlamentare modenese. Il metodo usato è stato avvicinare uomini delle istituzioni, sfruttando anche il ruolo politico ricoperto, per caldeggiare il reintegro dei Bianchini nelle white list. Un pressing, dicono i pm, che si è trasformato in una forma di minaccia verso servitori dello Stato chiamati in Emilia proprio per combattere la mafia.
Agli atti dell'inchiesta sono allegate anche quattro intercettazioni, in cui c'è la voce del senatore, e numerosi tabulati telefonici, sempre relativi ai contatti del politico con gli altri indagati. Sono tutti dati ottenuti in maniera casuale dai pm, che incrociano la strada di Giovanardi seguendo gli imprenditori amici dei boss. Trattandosi però di un parlamentare, per utilizzare tutto questo materiale investigativo è necessaria l'autorizzazione della Camera di appartenenza. Sarebbe stato sufficiente trasmetterle alla giunta per le autorizzazioni del Senato. Ma per una maggiore garanzia dell'indagato la procura ha preferito passare dal giudice delle indagini preliminari. Che entro dieci giorni deciderà: se le intercettazioni sono rilevanti, allora, le invierà alla giunta per le autorizzazioni del Senato, altrimenti verranno distrutte. Discorso a parte per le registrazioni fatte dagli imprenditori durante le riunioni. Quelle frasi rubate, a partire da «il prefetto è un coniglio», sono già utilizzabili senza passare da alcun filtro del Parlamento.  

 

Carlo Giovanardi minacciava i carabinieri

L'ex ministro, componente della commissione antimafia è indagato con l’accusa di aver fatto pressioni per favorire un’impresa ritenuta vicina alla ’ndrangheta. E dalle intercettazioni emergono le minacce del politico alle forze dell'ordine

di Giovanni Tizian | 10 Maggio 2017

Lui che ha sempre difeso l’onore delle forze dell’ordine, ora si ritrova accusato, tra l’altro, di aver minacciato con pressioni indebite due ufficiali dell’Arma dei carabinieri.
L’ex ministro del governo Berlusconi, Carlo Giovanardi, starà ripensando a tutte quelle volte in cui si è schierato per proteggere dal “fango” mediatico gli uomini in divisa ogni volta che uno di questi finiva al centro delle cronache per aver violato la legge, vedi caso Cucchi, Aldrovandi e molti altri ancora. Perché il senatore ha un’idea di Stato molto particolare. È lui stesso a spiegarla a un colonnello dei carabinieri, il quale, poi, sentito come persone offesa in un’indagine antimafia, ai pm riferisce: «Il senatore ha raccontato di un generale dell’Arma che aveva avuto problemi giudiziari, relativi agli anni Ottanta. Riferendosi alla successiva assoluzione del militare, Giovanardi disse che aveva ottenuto dall’allora ministro dell’Interno Mancino un interessamento a favore del medesimo per quanto riguardava il sostegno delle spese legali. Disse precisamente che il giorno dopo aver parlato con Mancino si presentò qualcuno alla porta del generale con il contante. Specificò poi trattarsi di 70 milioni di lire. Mi pare che il senatore abbia riferito questo episodio dicendo che questo era quello che doveva fare lo Stato e cioè essere vicino, disse che lui lo Stato lo intendeva in quel modo, non compresi se alle forze di polizia o a chi risultava poi assolto».

Il particolare, finora inedito, è contenuto nel fascicolo dell’inchiesta antimafia di Bologna che ha tra gli indagati proprio il senatore di “Idea”, il partito fondato di recente insieme a Gaetano Quaglariello e a Eugenia Roccella.
La posizione dell’ex ministro è al vaglio del giudice delle indagini preliminari, che sta valutando la rilevanza di alcune intercettazioni e di numerosi tabulati, i contatti telefonici, cioè, del parlamentare con altre persone coinvolte nell’indagine.

La “vicenda Giovanardi” rientra nel filone investigativo relativo agli appoggi interni alla prefettura di Modena su cui poteva contare un’azienda sotto processo per ’ndrangheta. I titolari sono imputati a Reggio Emilia per concorso esterno in associazione mafiosa. Nella stessa aula alla sbarra c’è il gotha della ’ndrangheta emiliana: boss, gregari e complici del clan guidato da Nicolino Grande Aracri, detto “Mano di gomma”, che vanta amicizie massoniche e vaticane. Un maxiprocesso, questo, con oltre 140 persone in attesa di giudizio.
Il nome di Giovanardi è già emerso durante alcune udienze del dibattimento. Nell’indagine a carico del senatore , componente anche della commissione antimafia, i pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini contestano la rivelazione di segreto e la minaccia a corpo amministrativo dello Stato. Con un’aggravante molto seria: aver agevolato l’organizzazione mafiosa, cioè la ’ndrangheta, che grazie alla società Bianchini era entrata nel giro che conta degli appalti. Una società, la Bianchini, che gli inquirenti ritengono a disposizione dei clan.

Insieme al parlamentare sono indagate altre 11 persone, tra cui gli imprenditori che hanno chiesto aiuto al politico e il capo di gabinetto della prefettura modenese, Mario Ventura. Giovanardi, sostengono i pm, sarebbe stato consapevole delle relazioni pericolose degli imprenditori modenesi. Eppure ha proseguito nella sua crociata per salvare l’azienda dai provvedimenti della prefettura di Modena, istituzione che aveva escluso la Bianchini costruzioni dalle “white list”, gli elenchi prefettizi delle aziende “pulite”.

Solo le imprese iscritte a queste liste possono lavorare nei cantieri pubblici della ricostruzione post terremoto. Crociata fatta di un pressing costante sulle istituzioni locali e centrali. Minacciando trasferimenti e denunce nei confronti dei servitori dello Stato che, invece, resistevano al pressing a tutto campo del parlamentare. L’atto d’accusa della procura antimafia è un lungo elenco di date, riunioni, colloqui registrati. Fatti che riconducono l’attività dell’ex ministro, fino al 2011 anche sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un recinto ben preciso: ha agito, sostengono i pm, «in assenza di qualsiasi connessione, se non strumentale, con qualsivoglia attività parlamentare».
Il senatore si difende affermando che ha agito sempre secondo le regole, del resto, dice, è prerogativa di un senatore della Repubblica svolgere attività di sindacato ispettivo sulle altre istituzioni, in questo caso la prefettura. Nulla da obiettare, se non fosse per gli incontri che, secondo gli inquirenti, sono andati oltre le «prerogative» del ruolo istituzionale che ricopre. Sul comportamento di Giovanardi emergono ulteriori particolari, che a prescindere dal rilievo penale o meno, lo rendono una figura ingombrante all’interno della commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi.
È opportuno, infatti, che un membro di questa commissione pronunci frasi del tipo «purtroppo il prefetto è un coniglio, personaggio che pensa solo a non fare cose che siano controproducenti per lui», così come risulta dagli atti? Oppure che manifesti l’intenzione di rivolgersi a un funzionario del ministero per chiedere «la testa del prefetto»? E poi ci sono due verbali, che hanno un peso specifico non indifferente, che descrivono nei dettagli la strategia del politico. Sono, appunto, quelli dei due carabinieri. Uno porta la firma del colonnello Stefano Savo, ex comandante provinciale dei carabinieri di Modena, l’altro è del tenente colonnello Domenico Cristaldi, capo del nucleo investigativo, il reparto cioè che ha seguito fin dall’inizio l’inchiesta Aemilia sulla ’ndrangheta emiliana e dove è rimasto implicato l’imprenditore che “attiva” Giovanardi. Entrambi gli ufficiali sono stati contattati dal senatore per avere un incontro e discutere del caso “Bianchini”.I due si recano all’appuntamento in uniforme, così da non lasciare spazio a equivoci. Il luogo stabilito era uno spazio pubblico, alla presenza, quindi, di altre persone. Il colonnello Savo, per primo, riporta quanto dettogli quel giorno dal senatore: «Disse che qualcuno avrebbe dovuto rispondere dei danni derivanti da questi interventi, facendo il parallelo con la responsabilità dei magistrati e dicendo che era sua intenzione presentare degli esposti su questa vicenda. Ho avuto la percezione che volesse riferirsi al mio comando e alla mia persona». L’altro ufficiale chiarisce meglio il tono usato dal politico: «Mai immaginavo che le attenzioni manifestate dal senatore potessero giungere a un incontro del genere...voglio sottolineare che ha tenuto un comportamento estremamente deciso e perentorio, incalzante...Peraltro sia io che il comandante eravamo in divisa, in un esercizio pubblico, e il parlamentare non usava un tono di voce basso». Un grande imbarazzo, dice di aver provato Cristaldi, «per i temi trattati e i toni, proprio perché riguardavano una nostra attività di ufficio di natura riservata e di cui lui si mostrava pienamente a conoscenza».
C’è, tuttavia, una data che rappresenta uno spartiacque. Almeno questa è l’ipotesi dei pm. Si tratta del 18 ottobre 2014. È il giorno in cui nell’ufficio del politico, a Modena, si è tenuto uno degli incontri riservati tra Giovanardi e la famiglia Bianchini. In questa occasione gli imprenditori, con il “vizietto”di registrare gli incontri importanti, ammettono davanti al parlamentare di aver sgarrato più di una volta. Dove per sgarrare intendono rapporti commerciali e fatture false con pezzi grossi della ’ndrangheta oltre che l’assunzione di operai tramite un boss calabrese. Oltre a verbali e registrazioni private, quelle effettuate dagli imprenditori, gli inquirenti chiedono di potere utilizzare alcune telefonate.
Da quanto risulta all’Espresso sono quattro dialoghi telefonici intercettati per caso durante un’altra indagine, parallela. Si tratta di telefonate tra Giovanardi e un imprenditore, Claudio Baraldi, titolare di un’impresa anch’essa in passato bloccata dalla prefettura di Modena con un’interdittiva antimafia. A differenza della Bianchini, la Baraldi, che orbita nella galassia confindustriale, è stata poi riabilitata. Pure per riabilitare quest’ultima società Giovanardi si era speso moltissimo. È forse per questo motivo che chi indaga ritiene fondamentali quelle telefonate. Materiale investigativo utile a ricostruire tutta la vicenda e soprattutto il ruolo del senatore.
Se il giudice dovesse ritenerle rilevanti sarà lui stesso a inviare tutta la documentazione alla giunta per le autorizzazioni del Senato. Ma l’ultima parola spetterà all’aula di palazzo Madama. Saranno i senatori, infatti, a esprimersi sull’utilizzo delle intercettazioni in cui spunta l’ex ministro che risolve problemi e che «sfruttava la sua influenza politica e il prestigio derivante dagli incarichi in passato occupati nel governo italiano nonché quello instaurato con le autorità prefettizie».
Nell’informativa dei carabinieri di Modena, inoltre, vengono individuate alcune utenze telefoniche contattate da Giovanardi. Ai pm interessano quelle di cinque persone, tra cui il capo di gabinetto della prefettura di Modena - grande amico del politico - e dei Bianchini. Vista la delicatezza del ruolo ricoperto da Giovanardi, gli inquirenti nella loro richiesta al gip precisano che «non sono state disposte acquisizioni di dati relativi al traffico telefonico di utenze in qualsiasi modo ricollegabili al parlamentare... L’obiettivo iniziale era ricostruire la ragnatela di rapporti esistente attorno ai Bianchini e individuare coloro che avevano agito illecitamente nel loro interesse». In pratica, la procura di Bologna stava seguendo tutt’altra pista. Poi, a un certo punto, piomba sulla scena Carlo Giovanardi, che le prova tutte per capovolgere l’esito dell’indagine amministrativa a carico dell’azienda modenese. Una missione ossessiva, tanto che il capo di gabinetto della prefettura definì l’amico parlamentare un «martello pneumatico» per la determinazione dimostrata nel voler salvare quell’impresa che secondo gli investigatori era nell’orbita del clan.

"Giovanardi via dalla commissione antimafia"

L'ufficio di presidenza della commissione parlamentare antimafia ha chiesto che il senatore indagato valuti l'opportunità di sospendere la partecipazione ai lavori

10 Maggio 2017 – L'Espresso

Dopo  l'anticipazione dell'Espresso  sull'indagine a carico del senatore Carlo Giovanardi da parte dell'antimafia di Bologna, la commissione presieduta da Rosi Bindi prende posizione, chiedendo al parlamentare di non partecipare più ai lavori per opportunità politica. Stessa richiesta avanzata nei confronti dell'onorevole Riccardo Nuti (M5S).

Ecco il comunicato
"L’Ufficio di Presidenza della Commissione parlamentare Antimafia, ha esaminato le questioni relative alle vicende del sen. Carlo Giovanardi e dell’on. Riccardo Nuti, coinvolti in indagini giudiziarie. Preso atto di non avere alcun potere sulla composizione della Commissione i cui membri sono designati all’inizio dei lavori dai Presidenti delle Camere su indicazione dei Gruppi parlamentari; e riconoscendo che allo stato non ricorrono le condizioni previste dal Codice di autoregolamentazione e dalla Legge istitutiva, è stato deciso all’unanimità di richiedere al sen. Carlo Giovanardi e al on. Riccardo Nuti di valutare l’opportunità politica di sospendere la loro partecipazione, sotto qualsiasi forma, ai lavori della Commissione". 

2018

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2019

Aemilia, le accuse della Dda di Bologna a Giovanardi:
“Le pressioni e le minacce per rivedere l’interdittiva antimafia”

Per gli inquirenti l'ex senatore aveva cercato insieme ad altri di ottenere la reiscrizione alla White List della Bianchini Costruzioni srl, impresa edile di San Felice sul Panaro. Il titolare della ditta, in primo grado, è stato condannato a 9 anni

di Paolo Bonacini | 6 Marzo 2019

La notizia degli avvisi di garanzia al senatore Carlo Giovanardi, al capo di gabinetto della prefettura di Modena Mario Ventura, al funzionario dell’Agenzia delle Dogane Giuseppe Marco De Stavola, e a tre membri della famiglia Bianchini rinviati a giudizio in Aemilia, piombò nell’aula bunker del processo nell’aprile 2018. Secondo la Dda di Bologna avevano cercato tutti assieme nel 2014, con mezzi illeciti, di ottenere la reiscrizione alla White List della Bianchini Costruzioni srl, impresa edile di San Felice sul Panaro colpita da interdittiva antimafia del prefetto nel giugno 2013. La successiva richiesta di rinvio a giudizio (che riguarda complessivamente 12 persone) è datata 7 giugno 2018 e porta le firma dei pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi. L’accusa principale è di minacce a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato e di rivelazione di segreti d’ufficio, con le aggravanti dell’abuso di potere, del metodo mafioso e della continuità nel reato.

La posizione di Giovanardi era sospesa
La richiesta al gip di Bologna Alberto Ziroldi escludeva espressamente l’ex senatore Carlo Giovanardi, allora esponente del Nuovo Centrodestra, la cui posizione era processualmente sospesa in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale arrivato oggi, sull’utilizzabilità dei tabulati telefonici riferiti a conversazioni di cui era protagonista il parlamentare. Ma è proprio l’ex ministro del governo Berlusconi, secondo le indagini della Procura Antimafia, il perno politico su cui ruotava il tentativo degli imprenditori edili Bianchini (Augusto, la moglie Bruna Braga e il figlio Alessandro) di restare nel mercato degli appalti pubblici post terremoto, nonostante le accertate relazioni con esponenti della famiglia di ‘ndrangheta Grande Aracri per false fatturazioni e prestazioni di mano d’opera.

Il muro da incrinare era rappresentato dal GIRER, il Gruppo Interforze costituito all’indomani delle violente scosse del 2012 in Pianura Padana. Aveva l’obbiettivo di contrastare la criminalità organizzata nei suoi prevedibili tentativi di assalto agli appalti della ricostruzione e ne facevano parte esperti della Direzione antimafia, di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Fu il GIRER a spingere il prefetto di Modena Benedetto Basile a firmare l’interdittiva contro la Bianchini Costruzioni srl e ad esprime parere contrario, quando l’impresa finì in liquidazione, all’ammissione alla White List della neonata ditta individuale IOS del figlio di Augusto, Alessandro Bianchini, ritenendola in continuità con la precedente. Fu contro il GIRER, in particolare contro il suo pilastro ritenuto più ostico, i Carabinieri, che secondo le indagini della Direzione Antimafia si scagliò Giovanardi.

La Dda di Bologna: “Pretendeva cambio di posizione” su interdittiva
Dice la richiesta di rinvio a giudizio che il 17 ottobre del 2014 il senatore chiese ed ottenne un incontro in un locale pubblico con il colonnello Stefano Savo, Comandante Provinciale, e con il tenente colonnello Domenico Cristaldi, Comandante del Reparto Operativo, “nel corso del quale apertamente minacciava i due ufficiali e ne offendeva il decoro” chiedendo i motivi della loro posizione contro i Bianchini e “chiaramente pretendendo un cambio della predetta posizione”. I due non furono gli unici né i primi a subire le sue ire: è lo stesso Giovanardi a raccontare ad Augusto e Alessandro Bianchini (che ha la singolare abitudine di riprendere di nascosto le conversazioni, alcune delle quali proposte nell’aula di Aemilia) di avere parlato con il prefetto e il questore, definendo il colloquio “una rissa”. Giovanardi non sa di essere ripreso e richiama le proprie frasi più ad effetto: “Gli ho detto: à la guerre comme à la guerre. Io su questa roba faccio tutta una interrogazione con tutti i passaggi, eh? Con Bianchini… io se fossi in lui… verrei qua con la rivoltella e vi ammazzo tutti… vi rendete conto che state facendo delle robe… folli!… folli!!”

Le interpellanze e i colloqui con gli ufficiali dell’Arma
L’attività di Giovanardi a sostegno dei Bianchini è intensa. Il senatore presenta due interpellanze parlamentari, la prima il 22 luglio 2014 e la seconda il 21 ottobre. Conosce in anticipo movimenti e provvedimenti delle Forze dell’ordine grazie al lavoro del capo di Gabinetto della Prefettura e del funzionario dell’Agenzia delle Dogane. Partecipa con i Bianchini a una conferenza stampa che attacca il ricorso alle interdittive e contatta più volte le più alte autorità delle Forze di Polizia, pur senza titoli o mandato. Degenerando secondo la Direzione Distrettuale Antimafia in “pressioni e minacce anche esplicite nei confronti dei singoli componenti del Gruppo Interforze”, in “pressioni e dirette minacce al Prefetto pro-tempore di Modena Michele Di Bari, aggredendolo verbalmente”, e nelle “minacce dirette e gravi ai due Ufficiali Superiori dell’Arma dei Carabinieri”. Dice il Colonnello Stefano Savo richiamando il colloquio voluto da Giovanardi: “Il senatore ha detto espressamente che qualcuno avrebbe dovuto rispondere dei danni derivanti da questi interventi, facendo il parallelo con il tema della responsabilità dei magistrati e dicendo che era sua intenzione fare degli esposti alla magistratura. Ho avuto la percezione che potesse riferirsi direttamente anche alla mia persona”.  Aggiunge il Tenente colonnello Domenico Cristaldi: “Il senatore, in una sorta di crescendo, ha detto espressamente di sapere che era l’Arma ad essersi pronunciata in modo negativo in sede del Gruppo Interforze”.

“La conversazione kafkiana e il muro”
Giovanardi nel suo ufficio il 18 ottobre lo racconta ai Bianchini che riprendono di nascosto anche questo incontro. Ha capito parlando con il Questore, con il Prefetto e con il Comandante del Girer, che non sono loro a porre ostacoli: “Sono i Carabinieri, si capisce benissimo! E con loro ho avuto un’ora e mezzo di discussione kafkiana, perché… è come parlare con il muro”. Più morbido del muro dell’Arma sembra invece essere il nuovo prefetto Michele Di Bari, che accetta di riconvocare il Gruppo Interforze ben otto volte tra l’agosto 2014 e il gennaio 2015, pur senza elementi di novità, per valutare la riammissione dei Bianchini alla White List. Ma il muro resiste alle bordate di Giovanardi e il 28 gennaio 2015 arrivano i 117 arresti richiesti dalla Dda nell’ambito della operazione Aemilia che portano in galera, provvisoriamente, anche Augusto Bianchini, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. La moglie e il figlio finiscono agli arresti domiciliari. La battaglia di Carlo Giovanardi può concludersi lì. Per la cronaca Augusto Bianchini nel primo grado di Aemilia (rito ordinario) è stato condannato il 31 ottobre 2018 a 9 anni e 10 mesi di carcere, la moglie Bruna Braga a 4 anni, il figlio Alessandro a 3 anni.

La Consulta rafforza lo “scudo” per i parlamentari: serve ok della Camera di appartenenza anche per utilizzo tabulati

I magistrati hanno stabilito non è incostituzionale l'articolo 6 comma 2 del Lodo Schifani che impone al giudice di chiedere alla Camera di appartenenza del parlamentare l’autorizzazione a utilizzare in giudizio, come mezzi di prova, i tabulati telefonici di utenze intestate ad altre persone che sono venute in contatto con quella del parlamentare

di Giovanna Trichella | 6 Marzo 2019 - Il Fatto Quotidiano

A sedici anni dalla sua approvazione il Lodo Schifani, più volte finito davanti alla Consulta che ha dichiarato parzialmente illegittimi alcuni articoli, regge all’urto di una eccezione di costituzionalità sollevata dal gip di Bologna nell’ambito del processo Aemilia e nei cui atti erano confluiti i tabulati telefonici dell’ex senatore di Idea Carlo Giovanardi. L’ex ministro è indagato per minaccia a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato, minaccia a pubblico ufficiale, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, con l’aggravante mafiosa, e i tabulati delle telefonate di alcuni indagati, in contatto con il parlamentare, sono finiti agli atti dell’inchiesta.

I giudici devono sempre chiedere autorizzazione al Parlamento
I magistrati hanno stabilito non è incostituzionale l’articolo 6 comma 2 della legge 140 del 2003, il Lodo Schifani appunto, che impone al giudice di chiedere alla Camera di appartenenza del parlamentare l’autorizzazione a utilizzare in giudizio, come mezzi di prova, i tabulati telefonici di utenze intestate ad altre persone che sono venute in contatto con quella del parlamentare. Il giudice di Bologna, Alberto Ziroldi, il 4 aggio 2017, aveva chiesto il vaglio della Consulta ritenendo l’esistenza di una differenza “ontologica” tra una conversazione o una comunicazione (come le intercettazioni telefoniche e ambientali) e il documento che rivela dati estrinseci: la data e l’ora della conversazione, la durata, i numeri coinvolti e di fatto localizzazioni e spostamenti. Questa naturale diversità “renderebbe costituzionalmente illegittimo” l’articolo 6 comma 2 della legge, “in radice”, perché di fatto non metterebbe sullo stesso piano i cittadini introducendo quindi “un regime differenziato di acquisizione della prova in ragione dello status di parlamentare, così derogando al principio di parità di trattamento rispetto alla giurisdizione”.

Non è tutelata la privacy del parlamentare, ma la sua funzione
La Consulta non riconosce questa differenza “ontologica” ritenendo che tutti i dati “esterni” di un parlamentare debbano essere tutelati dalla legge fondamentale dello Stato. La sentenza rileva che la ragion d’essere della garanzia costituzionale non è la tutela della privacy del parlamentare bensì della libertà della funzione che egli esercita: “La ratio della garanzia prevista all’articolo 68, terzo comma, della Costituzione non mira a tutelare un diritto individuale, ma a proteggere la libertà della funzione che il soggetto esercita, in conformità alla natura stessa delle immunità parlamentari, volte primariamente alla protezione dell’autonomia e dell’indipendenza decisionale delle Camere rispetto – si legge nella sentenza – ad indebite invadenze di altri poteri, e solo strumentalmente destinate a riverberare i propri effetti a favore delle persone investite della funzione”. I giudici, relatore Nicolò Zanon, analizzano anche le parole sostenendo “che il termine ‘comunicazioni’ ha, tra i suoi comuni significati, quello di ‘contatto’, ‘rapporto’, ‘collegamento’ ed evoca proprio i dati e le notizie che un tabulato telefonico è in grado di rivelare”.

La posizione di Giovanardi era stata congelata
In attesa di questo verdetto la posizione di Giovanardi, accusato dalla Dda di Bologna di aver fatto pressioni sui membri della Prefettura di Modena per salvare dall’interdittiva antimafia la Bianchini Costruzioni, il cui titolare, Augusto Bianchini, è stato condannato nel maxi-processo alla ‘ndrangheta nel nord, era stata congelata. L’ex senatore si è sempre dichiarato estraneo. A questo punto il giudice per procedere dovrà chiedere l’ok del Senato con tutto quello che potrà comportare un eventuale rifiuto all’uso di elementi di prova necessari a sostenere l’accusa. E per gli inquirenti che l’ex senatore, all’epoca componente della commissione Antimafia, si sarebbe dato da fare, pur sapendo dei rapporti dello stesso imprenditore con un esponente di spicco del clan Grande Aracri.

Le norme legislative devono essere osservate alla luce della Costituzione
Per la Consulta quella che “conta è che sono le norme legislative a dover essere osservate alla luce della Costituzione, e non già quest’ultima alla stregua di ciò che stabilisce la disciplina legislativa (nella specie, quella processuale). Per questa essenziale ragione, non è consentito trarre, a partire dalle norme processuali in materia di intercettazioni e acquisizione di tabulati, alcuna definitiva conclusione quanto alla specifica disciplina costituzionalmente sancita, nella stessa materia, per i parlamentari, anche perché la disciplina del codice potrebbe mutare in futuro, proprio sugli aspetti qui rilevanti, e anche in direzione di un più omogeneo trattamento di intercettazioni e acquisizione di tabulati”.

Il tabulato e gli “squarci di conoscenza sui rapporti di un parlamentare”
I giudici, infine, citano anche un verdetto della Cassazione (n° 22 del 2016 )che “ha espressamente affermato che anche l’acquisizione di tabulati, come la captazione di conversazioni, è attività diretta ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare”. E in passato già la Consulta aveva sottolineato “la notevole capacità intrusiva di un’attività investigativa che coinvolga i tabulati”. Questo perché non “perché la riservatezza del cittadino che è altresì parlamentare abbia un maggior valore, ma perché la pervasività del mezzo d’indagine in questione può tradursi in fonte di condizionamenti sul libero esercizio della funzione. Un tabulato telefonico può infatti aprire squarci di conoscenza sui rapporti di un parlamentare, specialmente istituzionali, “di ampiezza ben maggiore rispetto alle esigenze di una specifica indagine e riguardanti altri soggetti (in specie, altri parlamentari) per i quali opera e deve operare la medesima tutela dell’indipendenza e della libertà della funzione” (sentenza n. 188 del 2010).

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La Consulta dà ragione a Giovanardi

I suoi tabulati non potranno essere usato nel processo di Bologna: la libertà e l’autonomia del parlamentare non possono essere violate

di Maurizio Tortorella | 6 Marzo 2019 - Panorama

Non viola la Costituzione la norma che impone al giudice di chiedere alla Camera di appartenenza del parlamentare l'autorizzazione a utilizzare in giudizio, come mezzi di prova, i tabulati telefonici di utenze intestate a terzi, venute in contatto con quella del parlamentare.

È quanto ha appena stabilito la Corte costituzionale con una sentenza (di cui è stato relatore il giudice Nicolò Zanon, ex membro del Consiglio superiore della magistratura), spiegando che il riferimento contenuto nel terzo comma dell'articolo 68 della Costituzione a "conversazioni o comunicazioni" induce a ritenere che siano coperti dalla garanzia costituzionale anche elementi più ampi: in particolare, quindi, anche "fatti comunicativi" ricavabili da un tabulato contenente data e ora delle conversazioni o delle comunicazioni, la loro durata, e le utenze coinvolte.

I giudici della Consulta spiegano che il termine "comunicazioni" ha, tra i suoi comuni significati, quello di "contatto", "rapporto", "collegamento", ed evoca proprio i dati e le notizie che un tabulato telefonico è in grado di rivelare.

La questione era stata sollevata davanti alla Corte costituzionale dal giudice del Tribunale di Bologna, in un procedimento nel quale è indagato l’ex senatore del centrodestra ed ex ministro Carlo Giovanardi.

Secondo i pubblici ministeri, il terzo comma dell'articolo 68 della Costituzione imporrebbe l'autorizzazione della Camera esclusivamente per sottoporre i membri del Parlamento a intercettazioni di conversazioni e comunicazioni, ma non menzionando i tabulati li ammetterebbe.

Di diverso avviso si dice adesso la Corte costituzionale, che, nella sua sentenza, rileva anche che "la ragion d'essere della garanzia costituzionale non è affatto la tutela della privacy del parlamentare bensì la tutela della libertà della funzione che egli esercita, in conformità alla natura delle immunità parlamentari, dirette a proteggere l'autonomia e l'indipendenza delle Camere rispetto a indebite invadenze di altri poteri e solo strumentalmente destinate a riverberare i propri effetti in favore di chi è investito della funzione".

Per queste ragioni, dunque, la garanzia si estende all'utilizzo in giudizio del tabulato telefonico, in quanto "atto idoneo a incidere sulla libertà di comunicazione del parlamentare". Il risultato è un monito severo alla magistratura penale. Non soltanto a quella bolognese.

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