Pericolosità

        sociale del capitale mafioso 

 

 

La cultura prevalente negli ultimi decenni ha considerato socialmente pericolosi

singoli individui o persone tra loro associate per commettere omicidi, sequestri

di persona, furti, rapine, traffico di droga e ogni altro tipo di azione particolarmente violenta.

 

Spesso si è tralasciato di considerare come socialmente pericoloso l’impiego

del denaro che era il risultato principale di quelle attività, la sua massiccia

immissione nel mercato legale e il conseguente stravolgimento di regole

e di norme in esso vigenti.

Eppure erano proprio le attività che seguivano all’impiego di quel denaro a determinare rilevanti turbative nella libera concorrenza tra soggetti e imprese e nel libero godimento della proprietà privata. L’alterazione di regole e di norme avveniva con azioni socialmente pericolose che determinavano effetti perversi: fallimento di imprese e di società di servizi, sostituzioni degli originali proprietari di case, alberghi, esercizi commerciali.

Non è stato agevole introdurre nella cultura corrente l’idea che era socialmente pericoloso il denaro mafioso oltre che il delitto mafioso e che era essenziale individuare non solo gli autori materiali di un episodio criminoso ma anche sanare gli effetti provocati sul piano economico arrivando alla confisca dei beni mafiosi.

A volte è estremamente complicato distinguere tra beni lecitamente posseduti e beni frutto di attività mafiose. Non tutti sono mafiosi a tempo pieno che vivono soltanto con proventi ricavati dalle loro molteplici attività illegali e criminali. Molti di loro hanno normali attività lavorative, a riparo delle quali svolgono quelle occulte di operatori del crimine. In questi casi, il più delle volte, capitale lecito e capitale mafioso sono sovrapposti l’uno all’altro.

Ci sono mafiosi che i rapporti di polizia e di carabinieri definiscono “nullafacenti” perchè non svolgono alcuna attività lavorativa pur possedendo beni e conducendo una vita dispendiosa; altri mostrano di avere disponibilità di beni e di capitali difficilmente compatibili con la professione che ufficialmente dichiarano di svolgere.

tratto da “Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta in Emilia Romagna” di Enzo Ciconte - anno 1998

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