GRIMILDE

LE UDIENZE

RASSEGNA STAMPA DELL'UDIENZA

giovedì 21 maggio 2020

Processo Grimilde, battaglia tra difese e parti civili
Il Piacenza 18 maggio 2020


Il giudice di Bologna si è riservato la decisione su quali ammettere. Il Comune di Piacenza nell’aula bunker, l’avvocato Vezzulli: «Danno di immagine, era presidente del Consiglio organo che rappresenta i cittadini». Detenuti collegati in videoconferenza

Si saprà fra due giorni se il giudice per le indagini preliminari di Bologna avrà accolto le numerose richieste di costituzione di parte civile all’interno del processo Grimilde relativo alle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Emilia Romagna. Il 18 maggio, davanti al giudice Sandro Pecorella, si sono presentati gli avvocati di parte civile e quelli della difesa delle 83 persone coinvolte, a vario titolo, nell’operazione della Dda di Bologna che nel giugno del 2019 smantellò la cosca che faceva capo ai Grande Aracri. Tra gli arrestati eccellenti spiccano i nomi di Francesco Grande Aracri (fratello più anziano del boss cutrese Nicolino) e i figli Paolo e Salvatore. Nell’aula bunker, presenti il giudice, gli avvocati e, scortata, il pm della Dda, Beatrice Ronchi, che ha condotto l’indagine. Collegati dai vari penitenziari gli indagati, che sono tuttora detenuti, tra cui l’ex presidente del Consiglio comunale Giuseppe Caruso (da Voghera) e il fratello Albino (da Lanciano).

A chiedere la costituzione di parte civile ci sono, oltre al Comune di Piacenza (con l’avvocato Elena Vezzulli), anche quelli di Zola Predosa, Reggio Emilia, Brescello. Poi ci sono la Regione, la Cgil, con le camere del lavoro di Piacenza e Reggio, la Cisl, la Uil e Libera, con i suoi coordinamenti regionali. Ci sono, infine, tre imprenditori del Reggiano. Non erano presenti, invece, l’Avvocatura dello Stato (che si era presentata il 13 maggio soltanto per i beni che sono oggetto di confisca e che si costituirà in dibattimento) in una eventuale costituzione dell’Agenzia delle Dogane, dove lavorava Caruso; e Fratelli d’Italia, dove militava Caruso. In una nota del giorno dell’arresto, la leader Giorgia Meloni, dopo averlo immediatamente espulso disse di essere pronta a costituirsi parte civile. I difensori hanno sollevato numerose eccezioni, tra cui quella della competenza territoriale, chiedendo di non ammettere le parti civili perché non ce ne sarebbero i presupposti. Per Piacenza, Vezzulli ha sottolineato come ci sia stato un danno di immagine per la città, perché Caruso era presidente dell’assemblea, organo che rappresenta tutti i cittadini.

Grimilde, le difese contro tutti gli enti in aula per i danni
Gazzetta di Reggio 19 maggio 2020

Tutta dedicata alle questioni preliminari la seconda "tappa" del procedimento Grimilde in cui è già accesa la battaglia legale sulla operazione antimafia della Dda di Bologna, esplosa nel giugno dello scorso anno e con Brescello nel mirino. Tre ore intense - ieri mattina - nell'aula-bunker del carcere bolognese della Dozza, in cui anche stavolta sono state rispettate le regole antivirus con la presenza solo di una trentina di addetti ai lavori (ben sotto ai 50 consentiti dall'Ausl) in mascherina e guanti. Un risultato ottenuto dal gup Sandro Pecorella che ha dialogato con gli avvocati (difensori e di parte civile), arrivando ad una rappresentatività in aula che rispetta i presidi sanitari. Messe in discussione praticamente da tutti i difensori le costituzioni di parte civile non solo degli enti terrioriali (Regione Emilia-Romagna, i Comuni di Brescello, Reggio Emilia, Zola Predosa e ieri da ultimo Piacenza), ma anche delle realtà sindacali (Cgil, Cisl e Uil dell'Emilia-Romagna, Camere del lavoro di Reggio Emilia e Piacenza) nonché dell'associazione antimafia Libera. Per le difese le costituzioni di parte civile sono ammissibili solo per gli imputati accusati di associazione mafiosa, non per gli altri a cui sono attribuiti singoli reati. Una presa di posizione difensiva che scaturirebbe dalla linea "sposata" dal gup Francesca Zavaglia nell'udienza preliminare di Aemilia. Gli avvocati difensori Liborio Cataliotti ed Antonio Materia hanno poi sollevato l'indeterminatezza di uno specifico capo d'imputazione (inerente quella che il pm Beatrice Ronchi ritiene una falsa sentenza).Poi "aggrediti" per incompetenza territoriale altri due capi d'imputazione (si tratta di un'accusa di corruzione maturata all'Agenzia delle dogane di Piacenza, ma anche di truffa e falso sempre relativi alla vicenda della sentenza ritenuta fasulla dagli inquirenti). Questioni preliminari che vedono complessivamente su opposti fronti le difesa da una parte, il pm Ronchi e i legali di parte civile dall'altra. Vedremo domani quali saranno le valutazioni del gup Pecorella, anche se ha già anticipato che si tratterà di una decisione interlocutoria.

LE PARTI CIVILI DI GRIMILDE
CGIL Reggio Emilia - 21 maggio 2020 - di Paolo Bonacini

Sono 17 le Parti Civili ammesse dal Giudice dell’Udienza Preliminare dott. Sandro Pecorella al primo grado del processo Grimilde, dopo due sedute di intensa discussione nell’aula del Tribunale allestita alla Dozza di Bologna. Tre sono istituzioni dello Stato: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dei Trasporti e ANBSC (l’agenzia per i beni confiscati alle mafie). Cinque sono gli Enti Locali (Regione Emilia Romagna, Comuni di Reggio Emilia, Brescello, Piacenza e Zola Predosa). Cinque anche lo organizzazioni sindacali (CGIL, CISL e UIL regionali, più le Camere del Lavoro di Reggio Emilia e Piacenza). Infine l’associazione antimafia Libera e tre persone offese dall’azione della cosca.

Il processo che muove i primi passi vede imputate 82 persone per una cinquantina di reati che vanno dall’associazione mafiosa alla corruzione, dalle minacce alla calunnia, con il sottofondo di una miriade di intestazioni fittizie di beni, società, carte di credito e conti correnti, secondo il collaudato sistema di infiltrazione nelle attività economiche che la ‘ndrangheta emiliana ci ha insegnato a conoscere con Aemilia. A tirare le fila dell’associazione a delinquere in particolare diversi membri delle famiglie Grande Aracri, Passafaro e Muto, insediate tra Brescello, Gualtieri e Viadana, con un imputato politico eccellente: l’ex presidente del consiglio comunale di Piacenza Giuseppe Caruso, arrestato assieme al fratello Albino nel giugno dello scorso anno. Proprio il Comune di Piacenza ha deciso solo ad udienza già avviata, nella seconda seduta del 18 maggio, di presentare la propria domanda di costituzione, ma il dott. Pecorella ha accettato la giustificazione del ritardo dovuta alle gravissime difficoltà che ha comportato per quel territorio l’epidemia da Covid 19 che a Piacenza ha colpito duro. Emergenza sanitaria, dice la sentenza, che ha influito sulle stesse modalità di svolgimento delle udienze. Nessun problema per gli altri Comuni che sono ammessi in riferimenti ai delitti commessi nei loro territori, visto che, dice il giudice Pecorella, “la maggior parte delle vicende è avvenuta in Emilia Romagna, nei  comuni di Reggio Emilia, di Brescello e in parte minore in quello di Piacenza”. Altrettanto logica l’ammissione della Regione Emilia Romagna, “che è l’unica esponente presente nel processo” tanto per fare un esempio “che possa rivendicare tutela per quanto accaduto in quel di Ravenna”. Cosa è avvenuto a Ravenna è bene ricordarlo perché illustra quanto questo processo sia collegato ad Aemilia. Il titolare di un ristorante nella zona dello stabilimento balneare chiamato Marinabay, Ugo Apuzzo, venne minacciato per costringerlo a cedere la gestione del locale. La minaccia pronunciata dal capo cosca Alfonso Diletto era semplice: “Ti impicchiamo e diamo fuoco al locale”. Apuzzo però non cedette e andò a denunciare la tentata estorsione ai carabinieri. Per quel fatto nel processo Aemilia sono già stati condannati Alfonso Diletto e alcuni suoi uomini, il giornalista Marco Gibertini e l’imprenditore Giuliano Debbi. Per la stessa storia è a processo invece in Grimilde Giuseppe Lazzarini, che si trovava nel ristorante quando i carabinieri intervennero, e la cui appartenenza alla ‘ndrangheta, come uomo legato ai capi Diletto e Sarcone, è apparsa chiara dopo le deposizioni del collaboratore di giustizia Antonio Valerio.

Per quanto riguarda il sindacato il dott. Pecorella dice chiaramente che la loro costituzione di Parte civile “viene ammessa in modo ampio”, perché quelli prospettati in Grimilde sono in massima parte “reati potenzialmente in grado di affievolire la capacità di proselitismo, di mobilitazione e di azione dei sindacati”. Ma c’è di più, perché il dispositivo del GUP ammette i sindacati come Parti Civili non solo in riferimento a specifici reati e ne legittima l’interesse primario anche e soprattutto di fronte alle finalità del “delitto associativo”, cioè l’esistenza e l’azione di una associazione a delinquere di stampo mafioso nel territorio. Perché “acquisire la gestione e il controllo di attività economiche in settori come l’edilizia, il movimento terra, lo smaltimento rifiuti, la ristorazione, la gestione cave, i trasporti; e acquisire appalti pubblici e privati” significa “compromettere l’interesse primario del sindacato, consistente nella tutela del lavoratore”. Ciò vale anche per l’intestazione fittizia di attività imprenditoriali e nei casi di favoreggiamento personale. In generale è la “correttezza nei rapporti economici” tutelata dalla legge che rientra tra gli interessi primari del sindacato. Una motivazione importante, visto che l’utilizzo di prestanome per deviare le indagini e mascherare la reale proprietà mafiosa di tante imprese è uno dei reati ricorrenti nelle vicende processuali di questi anni. La pratica non si è certo fermata con le sentenze di Aemilia del 2018, ci dicono le più recenti operazioni di polizia, e dietro l’intestazione fittizia è inevitabile che si nascondano la negazione di qualsivoglia relazione sindacale e l’affossamento dei diritti del lavoro.

La discussione in aula nel corso delle due udienze davanti al GUP non è stata rituale o scontata. Il dispositivo del giudice Sandro Pecorella parla di numerose contestazioni degli avvocati difensori alle richiedenti Parti Civili, con conseguenti domanda di esclusione. Meno diplomaticamente trapela che dietro le porte chiuse dell’udienza preliminare qualche avvocato si sarebbe lanciato in giudizi piuttosto pesanti nei confronti dei paladini dell’antimafia. Anche in questo, se vero, Grimilde è figlia naturale di Aemilia.

Sempre alla Dozza intanto entra finalmente nel vivo l’appello del processo reggiano, con la trattazione dei primi casi. Giovedì 21 maggio si discutono le prime posizioni a partire da Francesco Formentini, Silvano Vecchi, Gaetano Valerio è il fratello del collaboratore di giustizia Antonio Valerio, che dal luogo protetto in cui si trova, col berretto sulla testa e leggermente ingrassato, chiede in videoconferenza di poter rilasciare dichiarazioni spontanee che il presidente del collegio Alberto Pederiali rinvia al pomeriggio. Non sarà un processo noioso.

Grimilde, tra le parti civili anche la Regione e i sindacati
Gazzetta di Reggio 21 maggio 2020

Oltre ai sindacati Cgil, Cisl e Uil, il Gup di Bologna, Sandro Pecorella, ha ammesso le costituzioni di parte civile nel processo di 'ndrangheta Grimilde presentate da istituzioni, associazioni e privati. Tra le parti civili ammesse ci sono la presidenza del Consiglio, il ministero delle Infrastrutture, l'Agenzia per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, la Regione Emilia-Romagna, i Comuni di Brescello, Reggio Emilia, Piacenza e Zola Predosa e Libera. Costituendosi parte civile nel processo, le tre sigle confederali spiegano di «voler ribadire ancora una volta la volontà di combattere e contrastare il crimine organizzato di origine mafiosa, come avvenuto nel processo Aemilia, al quale è connesso il processo Grimilde, e tutte le forme di illegalità nel mondo del lavoro, che sono ormai dichiaratamente penetrate anche in Emilia-Romagna». Infatti, proseguono i sindacati, «la formalizzazione dell'ipotesi di accusa nel procedimento Grimilde, i 16 arresti e il coinvolgimento di 83 persone esplicitano ulteriormente e in modo macroscopico la dimensione dei problemi con i quali siamo chiamati a misurarci».Il processo conta infatti 83 imputati - tra cui Francesco Grande Aracri, fratello di Nicolino, i figli Paolo e Salvatore e l'ex presidente del consiglio comunale di Piacenza, Giuseppe Caruso - alcuni dei quali coinvolti anche nel processo Aemilia. Quasi tutti gli enti locali che si sono costituiti parte civile sono stati ammessi perché sul loro territorio è stato contestato il reato di associazione mafiosa. Fa eccezione, in questo senso, il Comune bolognese di Zola Predosa, che come spiega l'avvocato Maria Gioia in una nota «è entrato nel processo in relazione a un "delitto di scopo" pur con l'aggravante di aver agevolato l'associazione mafiosa».Questo, prosegue la legale, costituisce «un successo sul piano tecnico-processuale, oltre che su quello etico», e «una novità di un certo rilievo, e si pone in linea con il progressivo ampliamento della platea di attori rappresentativi della società civile che viene, dalla giurisprudenza, ritenuta legittimata a costituirsi parte civile nei processi di mafia». Molto soddisfatto anche il sindaco Davide Dall'Omo, che si dice «contento che il giudice abbia accolto la nostra richiesta» e definisce l'ammissione tra le parti civili del comune «un risultato importante per tutta la comunità zolese». Nell'udienza di ieri, inoltre, Pecorella ha deciso di rinviare al momento della discussione delle posizioni dei singoli imputati le eccezioni sulla competenza territoriale avanzate dalle difese. L'udienza preliminare proseguirà lunedì prossimo, quando saranno interrogati alcuni imputati che hanno chiesto di essere sentiti dal giudice.

Grimilde, il giudice non ha dubbi «È un processo di mafia, resta qui»
Gazzetta di Reggio 9 giugno 2020

L’aggravante mafiosa c’è e radica il processo dove ha competenza la Direzione distrettuale antimafia. Quindi la sede del processo è e resta Bologna. Ha risolto così, rigettando tutte le eccezioni – tranne due capi d’imputazione legati a fatti corruttivi – il giudice per l’udienza preliminare Sandro Pecorella, che rimanda eventuali rivisitazioni in sede di discussione.


Il giudice ha poi emesso l’ordinanza ammissiva per i riti abbreviati, chiesti da molti degli 82 imputati. Circa l’80 per cento di loro ha puntato infatti su riti alternativi, concessi dal giudice durante l’udienza di ieri nell’aula bunker del carcere della Dozza. Sul rito abbreviato (con sconto di pena di un terzo) hanno puntato figure di primo piano nei processi di ’ndrangheta come il boss Nicolino Grande Aracri, Alfonso Diletto, così come uno degli imputati più sotto i riflettori di questo procedimento, come Salvatore Grande Aracri e altri suoi familiari.

Rispetto alla scelta di quest’ultimo, hanno agito diversamente il padre (Francesco Grande Aracri) e il fratello Paolo, che replicheranno alle accuse ma nell’ottica di un rito ordinario. Per chi ha scelto quest’ultima strada, bisognerà attendere il rinvio a giudizio, richiesto ieri dal pm Beatrice Ronchi per tutte le posizioni. Diverse anche le richieste di patteggiamento, ma da parte degli accusati di essere dei prestanome del clan.

In pratica il processo ora si biforca: da una parte i riti abbreviati, con la prossima udienza fissata per il 17 giugno e sentenza prevista dopo l’estate. Diverse le richieste presentate per interrogatori e attesa per eventuali dichiarazioni spontanee.

L’altro troncone è quello legato invece al dibattimento, che sarà fissato una volta giunti gli eventuali rinvii a giudizio.

Il processo davanti al gup sembra quindi procedere spedito nonostante le gravi accuse che pendono su Francesco Grande Aracri e sui figli. Secondo gli investigatori erano a capo del gruppo criminale, i cui appartenenti sono responsabili a vario titolo di associazione di stampo mafioso, estorsione, tentata estorsione, trasferimento fraudolento di valori, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, danneggiamento e truffa aggravata. In carcere è finito anche il presidente del Consiglio comunale di Piacenza, Giuseppe Caruso, di Fratelli d’Italia, che secondo il gip «ha un ruolo non secondario nella consorteria». «Il coinvolgimento personale di Caruso risale a quando era dipendente dell’Agenzia delle Dogane di Piacenza – aveva spiegato il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato – non riguarda il suo ruolo politico». In carcere erano finiti anche Claudio Bologna, i fratelli Albino e Giuseppe Caruso per l’appunto, Antonio e Francesco Muto (classe 1967), Domenico Spagnolo, Giuseppe Strangio, Pascal Varano (vicino a Salvatore) e il commercialista del clan Leonardo Villirillo. Gregorio Barbiero e Manuel Conte sono invece ai domiciliari. Dopo l’arresto dei Grande Aracri a Brescello, le loro abitazioni in via Pirandello e via Breda Vignazzi sono state confiscate dal questore di Reggio Emilia dopo una battaglia giudiziaria iniziata nel 2018.

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