GRIMILDE
RITO ORDINARIO - I GRADO

RASSEGNA STAMPA DELL'UDIENZA

lunedì 25 ottobre 2021

"La firma su quella lettera non è mia"
Francesco Grande Aracri sarebbe stato socio in chiaro e poi occulto di società

di Alessandra Codeluppi - 26 ottobre 2021 - Quotidiano.NET

Una lettera e tre fax. Secondo la Dda di Bologna, si tratta di documenti che proverebbero la responsabilità penale contestata a Gaetano e Domenico Oppido, padre e figlio residenti a Cadelbosco, in un lucroso affare illecito della cosca di ‘ndrangheta che è stato ribattezzato con il loro cognome. Si tratta della maxitruffa da due milioni e 248mila euro che il clan aveva orchestrato ai danni dello Stato, attarverso una falsa sentenza attribuita a un giudice del tribunale di Napoli. Durante l’udienza di ieri del processo di ‘ndrangheta ‘Grimilde’, il 45enne Domenico (figlio di Gaetano, arrivato in aula in un secondo tempo), ha negato la paternità di queste carte: "Disconosco la lettera, non è riconducibile alla mia ditta", ha detto alzandosi in piedi. La lettera, inviata al Provveditorato di Napoli, recava il timbro dell’azienda Oppido, con sede a Cadelbosco e l’Iban del conto corrente aziendale, "le coordinate bancarie su cui è stato eseguito il pagamento" della somma, come spiega il capitano Walter Colasanti, in servizio nella sezione operativa della Dia (Direzione investigativa antimafia) di Bologna, chiamato a testimoniare dal pm della Dda Beatrice Ronchi. Una cifra ingente, finita su un conto che, come ha rimarcato ieri Colasanti, "aveva all’inizio solo qualche migliaio di euro". A quel punto l’avvocato difensore Antonio Piccolo ha annunciato alla Corte dei giudici - presieduta da Giovanni Ghini, a latere Donatella Bove e Silvia Guareschi - di voler chiedere una perizia calligrafica. Pure sul resto Oppido ha ribadito la propria estraneità: "Il numero è giusto, ma il fax non è partito dai nostri uffici: si tratta di un report dell’esito del fax". Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, nel 2010 il sodalizio Grande Aracri riuscì ad aggiudicarsi la corposa somma attarverso il falso verdetto che imponeva di pagare oltre due milioni di euro come risarcimento per l’esproprio di un terreno in provincia di Benevento, usato per costruirvi una caserma dei vigili del fuoco. Quell’appezzamento però non era degli Oppido ma di un altro proprietario, ignaro di tutto. Altra "macroscopica incongruenza", ribadita ieri in aula, la data della sentenza, 10 luglio 2007, che risultava però depositata in cancelleria un anno prima, il 3 agosto 2006. Tutto ciò sarebbe stato possibile anche grazie al funzionario del Ministero Renato De Simone, noto a tutti come "avvocato" anche se non lo era: condannato col rito abbreviato, lavorava nell’ufficio legale che emise l’ordine di pagamento a favore degli Oppido. L’indagine della Finanza sull’affare, che vide anche l’interessamento di Salvatore Grande Aracri di Brescello, nacque da un’inchiesta su un’associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta che coinvolse il commercialista reggiano Marco Pasquali. Spunta la storia di una valigia con 200mila euro trovata alla Malpensa. "Domenico Oppido portò soldi all’estero con l’aiuto di Pasquali, poi furono prelevati e riportati in Italia. Una somma che, insieme a 25mila euro, faceva parte di un indennizzo ricevuto da Oppido".

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Mai inviati quegli atti