AEmilia 1992

rito ordinario - primo grado

TRASCRIZIONE DELL'INTERA UDIENZA

venerdì 2 ottobre 2020 - la sentenza

Ore 9.00 - presenti in Corte d'Assise, operativi. In attesa dell'entrata della Corte.

RIPORTEREMO PRIMA POSSIBILE IL TESTO SBOBINATO

RASSEGNA STAMPA DELL'UDIENZA

 

Aemilia ’92, sentenza a sorpresa: per gli omicidi di ‘Ndrangheta condannato solo Nicolino Grande Aracri. VIDEO

di Margherita Grassi - Reggioonline - 2 ottobre 2020 -

Ergastolo al boss per il delitto Ruggiero, assolto invece per il delitto Vasapollo. Assoluzione piena per gli altri imputati – Angelo Greco, Antonio Le Rose e Antonio Ciampà – “per non aver commesso il fatto”. La decisione ha sorpreso le stesse difese.

Processo Aemilia 1992, la sentenza. Ergastolo per Nicolino Grande Aracri

'ndrangheta, il verdetto della Corte d'Assise: assolti gli altri tre imputati "per non aver commesso il fatto"

Resto del Carlino - 2 ottobre 2020 -

Aemilia 1992, emessa la sentenza: Nicolino Grande Aracri condannato all'ergastolo, assolti gli altri tre imputati Angelo Greco, Antonio Lerose e Antonio Ciampà “per non aver commesso il fatto”. Si è pronunciata così la Corte d'Assise del tribunale di Reggio Emilia su uno dei filoni del maxiprocesso alla 'ndrangheta emiliana.

Gli imputati erano accusati di omicidio volontario, premeditato e aggravato del metodo mafioso nei confronti di Nicola Vasapollo, 33enne di Cutro, assassinato il 21 settembre 1992 a Reggio Emilia e di Giuseppe Ruggiero, 35enne cutrese, ammazzato da quattro uomini travestiti da carabinieri il 22 ottobre '92 a Brescello.

Dopo la sentenza letta dal giudice Dario De Luca (a latere Silvia Guareschi) che ha presieduto la Corte di Assise - riunitasi in camera di consiglio per oltre 5 ore - il pubblico ministero della Dda, Beatrice Ronchi ha lasciato immediatamente il tribunale: nella sua requisitoria al termine del dibattimento aveva richiesto la condanna all'ergastolo di tutti e quattro gli imputati, ma solo uno è stato accolto, quello a carico di Nicolino Grande Aracri, ritenuto responsabile solo per uno dei due omicidi (Ruggiero), mentre per l'altro (Vasapollo) è stato assolto “per non aver commesso il fatto”.

Nicolino Grande Aracri - ritenuto il boss dell'omonima cosca - ha ascoltato la pronuncia in collegamento audiovideo dal carcere di Opera a Milano dove si trova recluso al 41 bis. 

Processo Aemilia 1992: ergastolo per Nicolino Grande Aracri. Assolti gli altri imputati

Il Crotonese - 2 ottobre 2020 -

Il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Ruggiero. assolti gli altri tre imputati. E’ questa la decisione della Corte di Assise di Reggio Emilia nel processo “Aemilia 1992” relativo a due omicidi di mafia avvenuti nell’ormai lontano 1992 in Emilia Romagna.

Al centro del processo, cominciato l’11 febbraio 2019, la faida tra le cosche rivali Vasapollo-Ruggiero e Dragone-Grande Aracri-Ciampà-Arena, per l’egemonia della criminalità organizzata soprattutto per quanto concerne il traffico di droga tra Emilia-Romagna, Calabria e Lombardia.

Il processo vedeva alla sbarra il boss Nicolino Grande Aracri, Angelo Greco, Antonio Ciampà e Antonio Le Rose, accusati di omicidio volontario, premeditato e aggravato del metodo mafioso nei confronti di Nicola Vasapollo, 33enne di Cutro, assassinato il 21 settembre 1992 a Reggio Emilia e di Giuseppe Ruggiero, 35enne cutrese, ammazzato da quattro uomini travestiti da carabinieri il 22 ottobre ’92 a Brescello. Due delitti sui quali ha fatto piena luce la Dda di Bologna grazie alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Antonio Valerio che si è autoaccusato dell’omicidio di Ruggiero.

La sentenza, letta nella serata del 2 ottobre, ha registrato l’assoluzione degli altri tre indagati. In particolare, Ciampà, assistito dall’avvocato Luigi Colacino, è stato assolto per entrambi gli omicidi di cui era accusato. Le Rose e Greco assolti per l’omicidio di Ruggiero. Lo stesso Nicolino Grande Aracri è stato assolto per l’omicidio di Vasapollo.

Nell’ottobre 2018 erano stati condannati in abbreviato Nicolino Sarcone a 30 anni e il pentito Antonio Valerio a 8 anni.

OMICIDI DI MAFIA A REGGIO EMILIA: UN ERGASTOLO E TRE ASSOLUZIONI

di Paolo Bonacini - Cgil Reggio Emilia - 3 ottobre 2020 -

Un solo ergastolo al boss dell’omonima cosca, Nicolino Grande Aracri, e per uno solo degli omicidi di ‘ndrangheta commessi in provincia di Reggio Emilia nell’autunno del 1992. La sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Reggio Emilia è arrivata alle 18,30 di venerdì 2 ottobre, dopo cinque ore di Camera di Consiglio. Escono puliti da questo processo gli altri tre imputati per i quali il sostituto procuratore antimafia Beatrice Ronchi aveva chiesto altrettanti ergastoli, ritenendoli responsabili delle morti di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero, uccisi con pistole semiautomatiche 9×21, 7,65 e calibro 38 special nelle rispettive abitazioni alla periferia della città e nel comune di Brescello. Si tratta di Antonio Ciampà e Antonio Le Rose, che non erano in aula ad ascoltare la sentenza, e di Angelo Greco, già in carcere per altri omicidi di mafia, del quale è stata disposta la scarcerazione in relazione a questa vicenda.

La lettura della sentenza da parte del Presidente della Corte d’Assise Dario De Luca, che assieme al giudice a latere Silvia Guareschi ha guidato la giuria popolare nei venti mesi di udienze del processo, è durata pochi secondi e solo con il deposito delle motivazioni si potranno comprendere le ragioni di un giudizio che ha sorpreso buona parte del pubblico presente in aula. Soprattutto per la riconosciuta credibilità dei collaboratori di giustizia Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese, che tra il 2016 e il 2018 hanno consentito la riapertura del caso con le loro dichiarazioni rese nel grande processo Aemilia. Credibilità affiancata da una infinità di verifiche e riscontri processuali che la procura antimafia di Bologna ha prodotto in aula dopo un accurato lavoro investigativo. All’impianto accusatorio complessivo della DDA hanno inoltre creduto i giudici del rito abbreviato, condannando il capo clan Nicolino Sarcone a 30 anni e lo stesso Antonio Valerio, che si era autoaccusato, a 8 anni.

Ma evidentemente tutto ciò non è stato sufficiente per la Corte d’Assise, che assolve Grande Aracri, Ciampà, Lerose e Greco “per non aver commesso il fatto” in relazione all’omicidio di Nicola Vasapollo, freddato il 21 settembre 1992 nel suo appartamento di via Pistelli, a Reggio Emilia, mentre era agli arresti domiciliari. Anche Giuseppe Ruggiero era ai domiciliari e fu colpito alle 3,30 di notte il 22 ottobre successivo a Brescello, quando andò ad aprire la porta di casa nella convinzione che a suonare il campanello fossero Carabinieri arrivati per un controllo. Ma si trattava di killer travestiti da carabinieri su una falsa auto dell’Arma. Per quell’omicidio viene condannato all’ergastolo il solo Grande Aracri, che aveva chiuso il dibattimento del mattino con una dichiarazione spontanea in cui diceva in sostanza: Valerio e Cortese mentono. Nicolino Mano di Gomma dovrà anche risarcire i danni che verranno stabiliti in separato giudizio per le due parti civili ammesse al processo: l’associazione Libera e il Comune di Brescello.

Quegli omicidi segnarono una prima cruenta resa dei conti nella guerra di mafia per il controllo delle attività illecite trapiantate al nord dalle cosche cutresi: guerra senza confini territoriali, che costò negli anni la morte di una cinquantina di persone tra Reggio Emilia, Mantova, Cremona e Crotone. In quel 1992 si scontrarono da un lato le famiglie unite dei Grande Aracri, Ciampà, Dragone, Arena, Sarcone, Greco, Macrì; dall’altra i Vasapollo e Ruggiero che si appoggiavano al temibile killer reggiano Paolo Bellini, coinvolto nelle più oscure trame eversive e stragiste del paese ed ora a processo anche per le 85 vittime della bomba esplosa il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. La morte di Vasapollo e Ruggiero fu oggetto di un altro processo che nel 1997 condannò all’ergastolo Raffaele Dragone, Domenico Lucente e Antonio Macrì.

Naturale soddisfazione alla lettura della sentenza dei difensori di Greco, Lerose e Ciampà. Immobile dal carcere, in videoconferenza, Nicolino Mano di Gomma, per il quale si tratta del secondo ergastolo a distanza di un anno, dopo la sentenza divenuta definitiva nel 2019 al processo Kyterion di Catanzaro che trattava l’uccisione dello storico boss rivale Antonio Dragone.

Le motivazioni della sentenza arriveranno entro 90 giorni, mentre al carcere della Dozza di Bologna proseguono i processi Grimilde (rito abbreviato) e Aemilia (appello) che ci parlano della ‘ndrangheta a Reggio e in Emilia. Non mancheranno le reazioni.

Processo Aemilia 1992, la sentenza mette in luce il ruolo dei pentiti. VIDEO

Le parole dei collaboratori di giustizia determinanti per le assoluzioni, per certi versi sorprendenti, emesse dalla Corte d’Assise di Reggio

di Margherita Grassi - Reggioonline - 3 ottobre 2020 -

Secondo le difese “si è aperto uno squarcio nell’impianto accusatorio”. Saranno le motivazioni, che arriveranno tra tre mesi, a dire perchè la Corte d’Assise di Reggio abbia deciso di accogliere in minima parte le richieste della Dda riguardo al caso irrisolto ribattezzato Aemilia ’92, ma è indubbio che sia stato, con questa sentenza, rivalutato il ruolo dei pentiti, giudicati sinora da molte altre corti, su tutte quella suprema, la Cassazione del 2018, come credibili e attendibili, perno fondamentale della lotta degli inquirenti alle infiltrazioni della ‘ndrangheta sul territiorio emiliano.

E’ una formula assolutoria piena quella contenuta nel dispositivo letto dal presidente Dario De Luca, accompagnato dal giudice a latere Silvia Guareschi e dai sei giudici popolari. Ci sono stati in aula lunghi minuti di sostanziale blocco. Per questioni di velocità e di audio a intermittenza, non è stato subito chiaro il contenuto di quelle parole, poi alle parti è stato distribuito il testo del dispositivo.

Il pm Beatrice Ronchi, che uscendo dall’aula ha fatto con eleganza i complimenti alle difese, aveva chiesto l’ergastolo per tutti e quattro gli imputati e per tutti e due gli omicidi, l’accoglimento c’è stato solo per il boss Nicolino Grande Aracri, giudicato però organizzatore ed esecutore del solo omicidio Ruggiero, avvenuto a Brescello il 22 ottobre di 28 anni fa. Prosciolti da tutte le accuse Angelo Greco, Antonio Ciampà, Antonio Le Rose. Persone che invece Antonio Valerio, da quattro anni collaboratore di giustizia e che dei delitti si è autoaccusato, ha sempre nominato come organizzatori degli omicidi oppure che ha collocato direttamente sul posto. Un pronunciamento contro il quale è altamente probabile che la Dda faccia ricorso.

All’epoca era in atto la lotta Vasapollo-Ruggiero e Dragone-Grande Aracri-Ciampà-Arena per l’egemonia della criminalità organizzata, soprattutto per quanto concerne il traffico di droga in Emilia. Vennero freddati entrambi nelle loro abitazioni, a Pieve Modolena il 21 settembre e a Brescello un mese dopo, ed entrambi si trovavano ai domiciliari.

Allora non c’erano le tecnologie attuali che vengono in aiuto alle indagini tradizionali. E “questa è gente che fa molta attenzione a non lasciare tracce” ha detto Ronchi nella sua controreplica prima della camera di consiglio. Ma in seguito alle parole di Valerio la squadra mobile si è rimessa all’opera, trovando tabulati telefonici e rianalizzando le immagini a disposizione. Poi si sono aggiunte le dichiarazioni di un altro pentito, Angelo Salvatore Cortese. Ecco, proprio su presunte contraddizioni tra i due collaboratori di giustizia e anche con precedenti dichiarazioni dello stesso Cortese le difese hanno fatto leva.

Ricordi diversi del colore della finta auto dei carabinieri a bordo della quale è salito il commando diretto a Brescello, ricordi diversi di alcuni capi d’abbigliamento, ma anche cose più macro: Valerio, ad esempio, colloca sul luogo dell’omicidio Ruggiero un’altra persona che non era imputata, Cortese non se la ricorda.

La sentenza ha riconosciuto i danni all’associazione Libera e al Comune di Brescello, entrambi parti civili.

Intanto Nicolino Grande Aracri, unico condannato, ricorrerà in Appello. Così come potrebbe fare la Dda per gli altri tre assolti

La contraddizione dei pentiti scagiona Lerose

Nel mirino Valerio e Cortese. Il pm Ronchi: "Ma entrambi ricordano la Renault che aveva messo a disposizione"

di Alessandra Codeluppi - Resto del Carlino - 4 ottobre 2020 -

Le parti si sono scontrate sulle questioni più controverse fino all’ultimo nel giorno della sentenza sugli omicidi del 1992, sulle morti di Nicola Vasapollo a Pieve e di Giuseppe Ruggiero a Brescello. Il verdetto emesso dai giudici Dario De Luca e Silvia Guareschi, affiancati dalla giuria popolare, consegna ventotto anni dopo ancora due cold case. O almeno in parte, se si considerano le precedenti sentenze definitive, con altri colpevoli condannati. La decisione ha infatti riconosciuto come responsabile solo Nicolino Grande Aracri, condannandolo all’ergastolo solo per Brescello (è stato assolto su Pieve). La difesa del boss di Cutro - avvocati Filippo Giunchedi e Gianluca Fabbri - annuncia intanto "ricorso in Appello". Stessa mossa, per le tre assoluzioni, potrebbe farla la Dda, che aveva chiesto quattro ergastoli.

Tra i punti dibattuti anche venerdì, la presenza o meno nel commando di Brescello di Aldo Carvelli - la cui posizione è stata archiviata -, sostenuta dal pentito Antonio Valerio, ma non dall’altro, Angelo Salvatore Cortese. Una contraddizione che per il pm della Dda Beatrice Ronchi non cambia un aspetto, cioè "la piena partecipazione di Antonio Lerose". Perché "Gip e gup distrettuale hanno sostenuto che entrambi i pentiti sono attendibili nelle parti coincidenti del loro racconto. Cortese esclude Carvelli per un suo cattivo ricordo. Ma entrambi dicono ad esempio che Lerose aveva messo a disposizione la sua Renault".

E anche nell’ultimo giorno ha ribadito la colpevolezza di Angelo Greco, "riconosciuto in foto dall’ex fidanzata di Nicolino Sarcone, al cui gruppo lei lo collegò". E di Antonio Ciampà: "Nessun nuovo caso Enzo Tortora, come la difesa vuol farvi credere". Il difensore di Ciampà ha ribattuto: "È un incensurato. Per lui non c’è alcuna prova - afferma l’avvocato Luigi Colacino - tranne un dichiarato di Salvatore Cortese, che parla di quanto a lui riferito e non rischia nulla". L’avvocato Antonio Comberiati per Angelo Greco ha sostenuto che "il tentativo della Dda di eliminare il contrasto Valerio-Cortese manifesta la cedevolezza dell’accusa". In una precedente arringa l’avvocato Salvatore Staiano aveva contestato il travestimento da carabiniere di Valerio ingaggiato nel commando come autista ("Cortese dice che si era messo una giacca e un cappello, Valerio una tuta nera e nulla della divisa"), la verniciatura della Fiat Uno per farla sembrare dell’Arma ("Il pentito aveva parlato di auto nera, mentre in Assise blu scuro"), chi sparò a Ruggiero ("Cortese disse era stato Greco, poi ha aggiunto Lerose"). Milena Micele, avvocato di Antonio Lerose, ha respinto di aver voluto creare un nuovo caso Tortora: "Volevo solo richiamare la giusta attenzione che occorre di fronte alle dichiarazioni dei pentiti. Lerose non è mai stato indagato prima".

Aemilia '92, ergastolo per Nicolino Grande Aracri. Assolti gli altri imputati

Erano accusati di due omicidi di mafia avvenuti il 21 settembre (tutti assolti) e il 22 ottobre (condannato solo Grande Aracri) 1992 a Reggio Emilia e a Brescello

Gazzetta di Reggio - 4 ottobre 2020 -

Ergastolo per Nicolino Grande Aracri, assolti gli altri tre imputati Angelo Greco, Antonio Lerose e Antonio Ciampà «per non aver commesso il fatto». È la sentenza emessa venerdì 2 ottobre dalla Corte d'Assise del tribunale di Reggio Emilia per il processo 'Aemilia 1992', uno dei filoni del maxiprocesso alla 'ndrangheta emiliana.

I quattro erano accusati di omicidio volontario, premeditato e aggravato del metodo mafioso nei confronti di Nicola Vasapollo, 33enne di Cutro, assassinato il 21 settembre 1992 a Reggio Emilia e di Giuseppe Ruggiero, 35enne cutrese, ammazzato da quattro uomini travestiti da carabinieri il 22 ottobre '92 a Brescello, sempre nel Reggiano.

Dopo la sentenza del processo 'Aemilia 1992' letta dal giudice Dario De Luca (a latere Silvia Guareschi) che ha presieduto la Corte di Assise - riunitasi in camera di consiglio per oltre 5 ore - il pubblico ministero della Dda, Beatrice Ronchi ha lasciato immediatamente il tribunale: nella sua requisitoria al termine del dibattimento aveva richiesto la condanna all'ergastolo di tutti e quattro gli imputati, ma solo uno è stato accolto, quello a carico di Nicolino Grande Aracri ritenuto responsabile solo per uno dei due omicidi (Ruggiero), mentre per l'altro (Vasapollo) è stato assolto «per non aver commesso il fatto».

 

Nicolino Grande Aracri - ritenuto il boss dell'omonima cosca - ha ascoltato la pronuncia in collegamento audiovideo dal carcere di Opera a Milano dove si trova recluso al 41 bis. Deve già scontare almeno un altro ergastolo dopo la sentenza divenuta definitiva del processo Kyterion a Catanzaro.

 

La pm aveva chiesto l'ergastolo anche per Angelo Greco, nato a San Mauro Marchesato (Crotone) e recluso a Torino, Antonio Lerose, nato a Cutro e residente a Bologna, e Antonio Ciampà. Per questi ultimi due, in stato di libertà, la Ronchi aveva chiesto anche la misura cautelare dell'arresto in quanto entrambi non avevano mai, secondo l'accusa, interrotto i loro contatti con la 'ndrangheta e smesso di investire i proventi delle attività criminali. Per gli stessi omicidi nell'ottobre 2018 erano stati condannati in abbreviato Nicolino Sarcone a 30 anni e il pentito Antonio Valerio a 8 anni.

Così come venne decretato l'ergastolo per Raffaele Dragone - figlio di Antonio Dragone, ucciso nel 2004 nella successiva faida coi Grande Aracri - e Domenico Lucente, che si suicidò in carcere dopo la sentenza. Al centro del processo cominciato l'11 febbraio 2019, infatti vi era la faida tra le cosche rivali Vasapollo-Ruggiero e Dragone-Grande Aracri-Ciampà-Arena, per l'egemonia della criminalità organizzata soprattutto per quanto concerne il traffico di droga tra Emilia-Romagna, Calabria e Lombardia.

Aemilia 1992, cronistoria di una sentenza

Condanna all’ergastolo in primo grado per il boss Nicolino Grande Aracri. Assolti gli altri imputati. Una storia cominciata 28 anni fa, che si intreccia con uno dei principali processi sulla ‘ndrangheta al Nord

​di Sofia Nardacchione - Irpi Media - 6 ottobre 2020 -

Due omicidi. Un ergastolo. Quattro assoluzioni. Sono i numeri del processo Aemilia 1992, uno dei tanti filoni del maxi-processo alla ‘ndrangheta emiliana la cui sentenza di primo grado è stata emessa venerdì 2 ottobre: i giudici della Corte d’Assise di Reggio Emilia hanno condannato all’ergastolo Nicolino Grande Aracri e assolto gli altri imputati – Angelo Greco, Antonio Ciampà e Antonio Lerose – per l’omicidio di Giuseppe Ruggiero, ritenuto anch’egli un membro dell’organizzazione criminale. Tutti assolti invece per l’omicidio di Nicola Vasapollo, per non aver commesso il fatto. Un processo importante, che fa luce su un periodo centrale del radicamento delle mafie al Nord, in particolare di quella ‘ndrangheta che negli anni Ottanta da Cutro, in Calabria, ha creato una propria locale autonoma in Emilia-Romagna, a partire da Reggio Emilia, e non solo. Per dare un quadro dell’estensione territoriale della cosca basta guardare ai processi che hanno coinvolto il boss Nicolino Grande Aracri, a capo dell’associazione mafiosa “cutro-emiliana” a partire dal 2004: Grimilde in Emilia-Romagna, Kyterion in Calabria, Pesci in Lombardia, per citare solo i più recenti. E, ovviamente, Aemilia, il più grande procedimento giudiziario della storia italiana contro le mafie al Nord, che il 28 gennaio del 2015 ha svelato il radicamento della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna. Un processo che non si è fermato e da cui sono nati diversi filoni di indagine: Aemilia bis, Traditori dello Stato, Grimilde, Stige. Ed Aemilia 1992.

L’omicidio di Giuseppe Ruggiero

Per capire meglio chi sono gli imputati di quest’ultimo processo e chi erano le persone uccise bisogna andare indietro nel tempo, fino ad arrivare a 28 anni fa, nel 1992. Questo passo di storia della ‘ndrangheta emiliana lo svela un affiliato che nel 2017, due anni dopo il suo arresto nell’operazione Aemilia, ha deciso di collaborare con la giustizia e raccontare come l’organizzazione ha ottenuto il controllo del territorio emiliano. Il suo nome è Antonio Valerio.

È il 21 settembre del 1992 quando Nicola Vasapollo, 33enne di Cutro, viene ucciso in pieno giorno in via Pistelli, a Reggio Emilia. Poco meno di un mese dopo, il 22 ottobre, è la volta di Giuseppe Ruggiero, 35enne anch’egli di Cutro che viene assassinato a Brescello, in provincia di Reggio Emilia, da quattro uomini travestiti da carabinieri.

Sono omicidi di mafia. Le due vittime facevano infatti parte di una cosca di ‘ndrangheta – quella dei Vasapollo-Ruggiero – che si era opposta alla cosca dominante dei Dragone-Grande Aracri-Ciampà-Arena, all’interno della faida per l’egemonia delle attività illecite a Reggio Emilia, soprattutto il traffico di droga. Una faida violenta, in cui vennero uccise in tutto sei persone tra l’Emilia-Romagna, la Calabria e la Lombardia, dall’altra parte della sponda emiliana del Po. Per gli omicidi di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero erano stati condannati all’ergastolo Domenico Lucente, che si suicidò in carcere dopo la sentenza, e Raffaele Dragone. Il nome di quest’ultimo è di una certa caratura criminale: Raffaele è infatti il nipote di Antonio Dragone, il primo capo della locale emiliana che venne ucciso nel 2004 all’interno di una successiva faida interna tra i Dragone e i Grande Aracri. Dragone di professione risultava ufficialmente custode della scuola elementare del comune calabrese. In realtà era il capo della locale di Cutro. Nel 1982 venne sottoposto alla misura del soggiorno obbligato a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia. Nella zona fece arrivare i suoi collaboratori più stretti e, partendo dal traffico di droga, allargò sempre più le attività criminali dell’associazione mafiosa, la stessa che solo decenni più tardi verrà colpita dall’operazione Aemilia e, successivamente, dal processo Aemilia.

Giugno 2017: si riaprono le indagini

Una storia, quindi, che era chiusa: le condanne c’erano, la giustizia era stata raggiunta. O almeno così sembrava fino al giugno del 2017, quando Antonio Valerio, appartenente alla cosca Grande Aracri e tra i principali imputati del processo Aemilia arrestato nel 2015 insieme ad altre 159 persone tra l’Emilia-Romagna, la Lombardia e la Calabria nella maxi-retata che ha segnato un punto di svolta nel contrasto alle mafie nel Nord Italia, decise di collaborare con la giustizia. Valerio era una persona già conosciuta tra coloro che hanno seguito la vicenda dell’operazione contro la ‘ndrangheta emiliano-romagnola: è sua la voce che ride insieme all’imprenditore Gaetano Blasco, altro imputato del processo, subito dopo la prima scossa del terremoto del 2012. Il motivo dell’ilarità era che avrebbero guadagnato dal terremoto.

Valerio, anche lui vittima di un tentato omicidio nel 1999, quando decide di collaborare si autoaccusa dell’omicidio di Giuseppe Ruggiero e racconta l’organizzazione di quello di Nicola Vasapollo. La faida con la cosca dei Ruggiero, racconta il collaboratore, ha radici più profonde: nel 1977, infatti, il padre, Luigi Valerio, venne ucciso da Rosario Ruggiero, il padre di Nicola, che verrà poi assassinato a sua volta. Una guerra interna che, essendo la ‘ndrangheta un’associazione familistica, verrà portata avanti dai figli e si concluderà proprio nel 1992 con gli omicidi in terra reggiana.

Le voci dei collaboratori di giustizia

Omicidi che sconvolsero la comunità emiliana, ma che solo venticinque anni dopo verranno collegati a un forte radicamento della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna già negli anni Ottanta e Novanta. Della guerra di ‘ndrangheta avevano già parlato i due collaboratori di giustizia Angelo Salvatore Cortese e Paolo Bellini, ex estremista di destra soprannominato “Primula nera”, pentito dal 1999 e che nei primi anni Novanta dominava insieme alle due vittime del ‘92 il traffico di droga a Reggio Emilia, oltre ad essere il killer al soldo dei Vasapollo: per questo suo ruolo Bellini ha testimoniato nel 2016 nel processo Aemilia, raccontando il progetto di omicidio contro Nicolino Grande Aracri, all’interno della guerra per il controllo del territorio. Un omicidio che si sarebbe aggiunto ai tanti già portati a termine dall’ex di Avanguardia Nazionale: è proprio nel maxi-processo alla ‘ndrangheta emiliana che il pubblico ministero gli chiede quanti omicidi ha commesso nella sua vita. «Esattamente non ricordo, di certo tutti quelli per cui sono stato condannato», è la sua risposta.

Valerio però aggiunge particolari e modalità, nello specifico sui due omicidi del 1992, progettati nella sua casa in via Samoggia, a Reggio Emilia, dove era agli arresti domiciliari: mentre Nicola Vasapollo venne ucciso in pieno giorno a Pieve Modolena – altra località tornata alle cronache a novembre del 2018, quando, pochi giorni dopo la condanna a 19 anni nel processo Aemilia, lo ‘ndranghetista Francesco Amato si barricò armato di coltello nell’ufficio postale tenendo in ostaggio per otto ore le persone presenti all’interno -, l’omicidio di Giuseppe Ruggiero fu pensato in maniera, per così dire, spettacolare. Le persone che parteciparono all’omicidio, infatti, si presentarono in piena notte a casa di Ruggiero a Brescello – comune che nel 2016 è stato sciolto per mafia – vestiti da carabinieri. Finsero una perquisizione: avevano delle uniformi vere, delle mitragliette e una finta macchina dei carabinieri, che arrivò sotto casa dell’obiettivo con le sirene accese, a poche centinaia di metri, tra l’altro, dalla vera stazione dell’Arma. Qua finsero un controllo, dissero alla moglie di far scendere Ruggiero e lo uccisero.

Ma il primo obiettivo della faida non era né Vasapollo né Ruggiero, era lo stesso Paolo Bellini, che però non venne rintracciato: si decise, quindi, di procedere con Nicola Vasapollo, che allora era ai domiciliari.

Quando Antonio Valerio si autoaccusa, accusa anche altre persone, le stesse che a distanza di 28 anni sono state imputate in Aemilia 1992 per omicidio volontario, premeditato e con l’aggravante del metodo mafioso: Nicolino Grande Aracri – che prese il potere della cosca emiliana nel 2004, dopo l’uccisione di Antonio Dragone -, Angelo Greco, Antonio Ciampà e Antonio Lerose. A queste si aggiunge Nicolino Sarcone che era già stato condannato in abbreviato a 30 anni di carcere per gli omicidi insieme allo stesso Valerio, condannato a 8 anni. Oggi Nicolino Grande Aracri, boss di primo piano all’interno della ‘ndrangheta, sconta già diversi ergastoli, oltre a centinaia di anni di carcere per reati che vanno dall’omicidio al traffico illegale di sostanze stupefacenti fino a truffe e frodi ai danni dello Stato

Due omicidi. Un ergastolo. Quattro assoluzioni. Per capire la sentenza, che si smarca in maniera evidente dalla richiesta dell’accusa, rappresentata dalla pm Beatrice Ronchi che al termine della sua requisitoria aveva chiesto quattro ergastoli, bisognerà aspettare le motivazioni. Intanto un capitolo si chiude, mentre tra le aule bunker di Reggio Emilia e di Bologna continuano ad andare avanti il processo Aemilia e i suoi filoni, segno di una ‘ndrangheta radicata che resiste anche alle operazioni più grandi, che cresce e si modifica, ancora oggi.

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Il ricorso è inamissibile
Ergastolo al boss
Ergastolo per Grande Aracri

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