AEmilia 1992

rito ordinario - primo grado

TRASCRIZIONE DELL'UDIENZA

venerdì 31 gennaio 2020

Riporteremo prima possibile la trascrizione dell'udienza.

RASSEGNA STAMPA DELL'UDIENZA

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AH CHE BELL’ ‘O CAFÉ…

31 gennaio 2020 - di Paolo Bonacini - Cgil Reggio Emilia

Angelo Salvatore Cortese, oggi collaboratore di giustizia e prima uomo di ‘ndrangheta battezzato a Cutro nel 1985 (col grado di picciotto), ha una memoria di ferro e ricorda molto bene in particolare i periodi trascorsi in carcere. Illuminante, per la ricostruzione del duello all’ultimo sangue tra la cosca Dragone e quella Grande Aracri, è stata la sua deposizione al processo Aemilia sull’incontro tra i due boss, Antonio detto Totò e Nicolino detto Mano di Gomma, avvenuto nel carcere Ugo Caridi di Siano in provincia di Catanzaro. Il 14 febbraio 2017 Cortese racconta nell’aula bunker di Reggio Emilia che i due si incontrarono tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004 nelle aree per la passeggiata all’aria aperta. Erano divisi solo da una rete e si scambiarono alcune battute: “Non mi dai la mano?” chiese Antonio Dragone a Nicolino Grande Aracri. E questi gli rispose: “Ma come, mi vuoi uccidere e mi chiedi pure di darti la mano?”

In realtà fu poi Nicolino a far uccidere Totò nel maggio 2004 (come ha stabilito la Cassazione condannando Grande Aracri all’ergastolo) a colpi di kalashnikov lungo la strada che da Cutro porta a Steccato. Ma ciò che più conta oggi è la memoria di Cortese. Assai limpida anche due anni dopo, il 24 maggio 2019, quando racconta in Corte d’Assise a Reggio Emilia, durante il processo per gli omicidi nel 1992, di altri incontri in un altro carcere. E’ quello di Bologna vicino a via Dozza dove tra pochi giorni inizierà il processo d’’appello di Aemilia.

Qui Cortese era recluso a metà degli anni Novanta e assieme a lui c’erano Antonio Macrì detto Topino, Domenico Lucente e Antonio le Rose detto il bel René. Tutti accusati di avere partecipato a vario titolo agli omicidi di Vasapollo e Ruggiero avvenuti a Reggio Emilia nel 1992. Due sono morti: Macrì ucciso in un garage a Cutro e poi fatto scomparire sotto 17 metri di terra, Lucente suicida in carcere. Antonio le Rose è invece vivo ma imputato al processo in corso a Reggio Emilia che ha preso spunto proprio dalla dichiarazioni di Cortese e dell’altro collaboratore di giustizia Antonio Valerio.

Il racconto su quei giorni in carcere è dunque considerato importante dalla pubblica accusa che ha chiesto al comandante della Polizia Giudiziaria della casa circondariale Rocco D’Amato (Dozza) di Bologna una serie di verifiche sul’attendibilità di Cortese. Dalla presenza effettiva dei personaggi in carcere alle possibilità che avevano di incontrarsi e parlarsi.

Il comandante Roberto Di Caterino è venuto a raccontare in aula venerdì 31 gennaio i risultati della sua ricerca, che non è stata molto semplice per tre buoni motivi. Primo, stiamo parlando di ospiti del carcere risalenti al oltre 25 anni fa; secondo, in questo lungo periodo la Dozza ha subito travagliate vicende, compresi due allagamenti devastanti; terzo, i febbrili lavori di allestimento dell’aula bunker che ospiterà tra pochi giorni l’appello di Aemilia hanno scombussolato un po’ tutto, con gli archivi cartacei accatastati e di difficile consultazione.

Nonostante ciò il comandante Di Caterino è riuscito a trovare alcune importanti conferme dell’attendibilità di Cortese, riassunte in una sua relazione acquista dal Tribunale. Dice prima di tutto che Cortese era effettivamente rinchiuso alla Dozza tra l’aprile e l’agosto del 1993, in una cella al secondo piano della sezione B. Al piano sopra di lui, nello stesso periodo, era rinchiuso Domenico Lucente, e al primo piano stava Antonio Macrì. Sempre Marcì e Cortese si trovano in celle vicine (una sull’altra) anche quando entrambi vengono spostati in agosto alla sezione C.

Potevano parlarsi tra di loro (come sostiene Cortese), visto che si trovavano su piani diversi? Si, risponde il comandante Di Caterino, che spiega i vari modi, leciti e illeciti, attraverso i quali i detenuti ci riuscivano. Il più curioso è il “sistema degli ascensori”, diffuso in tutte le carceri d’Italia, dice, almeno fino a quando non è stata limitata l’agibilità delle finestre delle celle attraverso la murature di griglie di ferro (come avvenuto anche a Bologna). Negli anni Novanta chi era al piano di sopra poteva calare buste, oggetti e anche caffè dalla finestra fino alla sottostante finestra utilizzando corde fatte con sottili strisce di lenzuola legate tra loro. La più classica immagine da film del detenuto che fugge calandosi con le lenzuola annodate dalla finestra non è insomma poi tanto lontana dalla realtà, soprattutto se al posto di un corpo di ottanta chili c’è da calare solamente una busta con messaggi o con cibi per chi vive nella cella di sotto. Più difficile immaginare come potesse fare, chi dormiva ai piani bassi, per rispondere ai messaggi che gli giungevano dall’alto, visto che “l’ascensore a strisce di lenzuolo” ha un difetto: va solo in giù. Naturalmente questa pratica era illecita e veniva sanzionata se e quando scoperta, ma in carcere a Bologna c’erano anche altre occasioni, e del tutto lecite, per parlarsi.

Ad esempio quando arrivava il momento dell’ora d’aria e i detenuti di un braccio uscivano dalle rispettive celle e si mescolavano in attesa del via libera alla discesa lungo le scale. Oppure quando arrivati tutti in fondo alle scale restavano in attesa che si aprissero i cancelli per uscire. Oppure quando avevano la fortuna di trovarsi nelle stesse piste di passeggiata, che a Bologna erano ben 12 in quegli anni. Oppure, ed è l’uovo di colombo, quando si trovavano a dormire tutti nella stessa cella, come accaduto poi per Macrì, Le Rose e Lucente nel 1994.

Il comandante Roberto Di Caterino, rispondendo in aula alle domande sia dell’accusa che delle difese, ha mostrato particolare competenza, frutto di lunga esperienza, nella descrizione della vita e dell’organizzazione in carcere. A precisa domanda del PM Beatrice Ronchi ha detto di avere potuto vedere anche con i propri occhi l’utilizzo dell’ascensore di “stoffa”, così come ha confermato il ritrovamento nelle celle di strumenti atti a ferire, in particolare anche coltelli, in particolare anche uno da caccia.

La sua, se non proprio l’ultima, è certamente una delle ultime deposizioni in aula al processo Aemilia 92. Tra quindici giorni si discuteranno alcune perizie tecniche, poi il 21 febbraio inizierà la requisitoria finale del Sostituto Procuratore della DDA Beatrice Ronchi, al termine della quale conosceremo le richieste per i quattro imputati (Grande Aracri, Greco, Le Rose e Ciampà) che rischiano fino all’ergastolo.

Quindi la parola alle arringhe delle difese prima della sentenza dei giudici togati (Dario de Luca e Silvia Guareschi) coadiuvati da sei giudici popolari.

Oggi intanto ennesima dichiarazione spontanea di Nicolino Grande Aracri dal carcere di Opera per lamentare la persecuzione di cui si ritiene vittima, partendo dal presupposto che le reti televisive nazionali, Rai o Mediaset che siano, “pubblicano la mia immagine in tv tutti i giorni e di conseguenza tutti mi conoscono”. Dal niente, ha aggiunto poi Grande Aracri, hanno fatto di me una stella luminosa.

E su questa frase possiamo spegnere la luce, dedicando alle carceri italiane un verso della più famosa e bella canzone che ad esse si ispira:

“Ah che bell’ ‘o café
Pure in carcere ‘o sanno fa
Co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
Compagno di cella
Ci ha dato mammà”

IL MEMORIALE E LA CENA CON SALVINI

7 febbraio 2020 - di Paolo Bonacini - Cgil Reggio Emilia

Alle 9,40 di martedì 8 maggio 2018, presso il carcere di Rebibbia, a Roma, l’ispettore superiore Dario Rinna scrive a verbale che inizia il collegamento a distanza con l’aula bunker di Reggio Emilia, dove si svolge l’ennesima udienza del processo Aemilia. Il collegamento serve per consentire all’imputato Antonio Valerio di assistere e partecipare al dibattimento. Otto ore più tardi la video conferenza viene interrotta ma l’ispettore Rinna informa che durante l’udienza è stato acquisito un memoriale di 106 pagine, dattiloscritto e firmato dallo stesso Antonio Valerio, dietro autorizzazione del presidente del collegio giudicante Francesco Maria Caruso. Il giorno dopo la direttrice di Rebibbia Rosella Santoro spedisce il memoriale alla neo presidente del tribunale di Reggio Emilia, Cristina Beretti, a sua volta membro del collegio giudicante di Aemilia.

Il memoriale è una sorta di testamento attraverso il quale Valerio dichiara il proprio pentimento, chiede scusa per il male che ha contribuito a diffondere a Reggio e in Emilia, elenca nomi, fatti e caratteristiche essenziali dell’associazione ‘ndranghetista presente sul territorio.

Il processo d’appello di Aemilia inizia a Bologna il 13 febbraio; quello per gli omicidi di mafia del 1992 si avvia alle conclusioni in Corte d’Assise a Reggio Emilia. In entrambi i dibattimenti gli avvocati difensori cercheranno presumibilmente di incrinare l’attendibilità di Valerio; di mettere in discussione le sue certezze e soprattutto le sue chiamate in correità che incastrano tanti imputati. Intanto quel memoriale aiuta a capire la complessa psicologia di Antonio Valerio e soprattutto di cosa parliamo quando parliamo di ‘ndrangheta a Reggio Emilia e in regione.

Comincia con una “Lettera di scuse e di reale e concreto pentimento” in cui si legge:

“Premetto che ho raccolto il coraggio di guardare dentro di me e ho fatto una profonda ricerca interiore. Mi sono macchiato di gravissimi reati di sangue a Reggio Emilia, in provincia e in Calabria. Dai lontani fine anni Ottanta al 2017: 30 anni di storia criminale di stampo ‘ndranghetistico. Vogliate accettare le mie doglianze più sentite per avere contribuito ed essere stato uno di quei lestofanti che ha traghettato negli anni a rendere Reggio Emilia da città isola felice a città di ‘NDRANGHETA. Spero vivamente che la popolazione tutta, si uniscano in un solo grido più forte delle armi che ieri sparavano a Reggio Emilia, gridando oggi, perché non è mai tardi: LA ‘NDRANGHETA FA SCHIFO!!!!”

I maiuscoli sono suoi, di Valerio, che nelle successive pagine sviluppa e mette in parallelo due vicende collettive: quella della penetrazione mafiosa in provincia e quella delle udienze al processo Aemilia. La prima è riassunta nelle fasi storiche che caratterizzano l’evoluzione della ‘ndrangheta, la seconda è rivista attraverso i nomi e le deposizioni degli imputati eccellenti del processo, per metterne in risalto caratteristiche e legami.

Dice Valerio che “la consorteria a Reggio Emilia è da tempo consolidata e riconosciuta. Detto sodalizio è presente fin da metà degli anni ’80. La famiglia Grande Aracri e i suoi fedelissimi facevano una guerra intestina, cioè interna ai dragoniani (gli appartenenti alla cosca di Antonio Dragone) a partire da metà degli anni ’90”. L’elenco dei morti in questa guerra è lunghissimo e alla fine ne resta solo uno (di boss a Cutro); Nicolino Grande Aracri. Mentre dal 2004 “la locale di Reggio Emilia fa capo a Nicolino Sarcone, Alfonso Diletto, Francesco Lamanna. Occorre precisare” aggiunge Valerio “che dai primi anni ’90, rispetto ad altri gruppi malavitosi che gravitavano a Reggio Emilia, quello cutrese è il più numeroso e crescendo nel reclutamento degli associati, si rafforzava e si ampliava imponendosi nel corso degli anni in tutti i campi”.

L’autonomia della cosca di Reggio si afferma storicamente grazie alla diversa cultura con cui la famiglia Sarcone (Nicolino, Gianluigi, Carmine e Peppe) e il nutrito gruppo di “cristiani ‘ndranghetisti” su cui possono contare, affrontano le questioni interne. C’è sempre pronto un “gruppo di fuoco”, una sorta di “corpo riservato per le azioni di sangue” al quale appartiene lo stesso Valerio, ma l’omicidio è solo “l’estrema ratio”. Si legge nel memoriale: “Ai Sarcone, a Diletto, Bolognino. Valerio, Lamanna, ecc, non occorre compiere azioni violente  per creare sudditanza o assoggettamento poiché ben si conosce la storia criminale a Reggio Emilia. Le operazioni antimafia ci hanno insegnato come non commettere gli errori del passato per la necessaria sopravvivenza del gruppo ‘ndranghetistico. Nicolino Grande Aracri a Cutro dirigeva anche le divergenze personali e aveva da gestire tutti i giorni una moltitudine di gente tanto che casa sua sembrava un Tribunale. Ma un tale movimento di persone e flusso di informazioni tra Bibbiano e Ghiardo, dove vivono i Sarcone, non sarebbe passato inosservato alle forze dell’ordine. A Reggio Emilia avrebbe avuto ben poca possibilità di sopravvivere la consorteria dal 2004 al 2015 con i vecchi metodi. Non canalizzare, non far confluire tutte le informazioni e le cosiddette ‘mbasciate sia in entrata che in uscita, come faceva invece Grande Aracri: da qui nasce la locale autonoma, parallela ed orizzontale, nel 2004”. E’ una rappresentazione assai lucida di ciò che differenzia profondamente la cosca emiliana dalla madre cutrese che resta comunque nel Dna degli affiliati. E quanto sia stata efficace nel tempo questa filosofia del “lavoro di squadra lontano dai riflettori” lo sottolinea Valerio in riferimento ai mille testimoni che si sono succeduti nell’aula bunker di Reggio Emilia: “A tutt’oggi si può assistere come le vittime e i testi che vengono in aula a testimoniare subiscono quello storico assoggettamento e in udienza si assiste al teatrino delle bugie, delle non verità, dei non ricordo. O si avvalgono della facoltà di non rispondere, i testi imputati, o sono del tutto reticenti”.

La seconda parte del memoriale mette a fuoco i singoli personaggi della ‘ndrangheta reggiana e commenta dichiarazioni e udienze del processo in corso. Diversi fogli dattiloscritti, datati 2 ottobre 2017, riportano sotto la dicitura “Blocco border-line” un lungo elenco di affari e attività illecite, molti dei quali sono stati semplicemente sfiorati o addirittura non trattati al processo Aemilia. Si va dalla gestione di sale per scommesse a traffici di auto in Germania, dal gasolio “vampirizzato” che arriva da mezza Europa ad affari con le cooperative reggiane di costruzione (Tecton, Orion, Unieco), da operazioni finanziare a Londra e affari a Santo Domingo alla gestione di pannelli solari e alla coltivazione di nocciole a Melfi e Potenza.

Sono 113 affari diversi e il più ghiotto è il numero 109, là dove si parla di una cena a Scandiano con Hermes Ferrari, violento e colorito personaggio del paese, venditore di lampade abbronzanti e buttafuori da night, arrestato nel 2012 per avere aggredito il console albanese colpevole di andare troppo lento sulle strisce pedonali. Ferrari aveva invitato anche lui a quella cena ma Valerio non poteva partecipare essendo agli arresti domiciliari. Gli appunti parlano del “contenitore dei voti a Montecchio della famiglia Vertinelli” e di “una palestra della quale Hermes Ferrari “si voleva appropriare tramite Valerio” e con l’idea che “avremmo fatto 50 e 50”. Valerio scrive che Ferrari gli mostrò orgoglioso le foto della cena alla quale parteciparono anche l’attuale deputato della Lega Nord Gian Luca Vinci e il leader del Carroccio Matteo Salvini. Sebbene non fossimo ancora in campagna elettorale per le regionali del 2020….

Il memoriale di Valerio contiene infine una poesia, della quale nel 2018 abbiamo pubblicato la prima strofa. Ce n’è un’altra che merita visibilità, perché riferita ad un omicidio, quello di Giuseppe Ruggiero a Brescello. Antonio Valerio è reo confesso: faceva parte di quel commando. E la strofa ci dice cosa provò dopo la spedizione omicida:

“Dall’ansia i conati, e la corsa affannata,
erano la consapevolezza di una vita levata
fra le pieghe del buio, e il torpore mi scuote.
Io mi sveglio ma, nel mio cuore notturno,
non trovo questo volto”.

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