AEmilia 1992

rito ordinario - primo grado

RASSEGNA STAMPA DELL'UDIENZA

venerdì 10 gennaio 2020

TG3 Emilia-Romagna - edizione del 10 gennaio 2020 -  in apertura il servizio di Luca Ponzi sulle dichiarazioni spontanee di Nicolino Grande Aracri

Il mafioso - già condannato all'ergastolo - Nicolino Grande Aracri continua a lamentarsi dei giornalisti e delle Agende Rosse, fingendo che le accuse si basino sulle foto riportate dai mass media. Parole che fanno veramente sorridere per la loro totale ed evidente infondatezza.
D'altronde ricordiamo anche quando si difese affermando di essere solo un contadino...


Agende Rosse - gruppo Mauro Rostagno - Modena

Aemilia 1992, Le Rose: “Mai ucciso nessuno, sono innocente”

Reggio Sera - di Redazione 10 gennaio 2020

L'imputato: "Dopo il carcere ho cambiato vita che oggi è povera, ma onesta"

REGGIO EMILIA – Un uomo nuovo che dopo aver pagato il suo debito con la giustizia (10 anni di carcere) per peccati di gioventu’ (legati alla droga) oggi lavora in un panificio e abita a Bologna in una casa popolare. Si e’ presentato cosi’, Antonio Le Rose (alias il “bel Rene'”), imputato a Reggio Emilia nel processo Aemilia 1992, sugli omicidi di ‘ndrangheta di 28 anni fa di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero. “Non ho mai ucciso nessuno, nemmeno una formica, o partecipato ad omicidi. L’unica volta che ho preso un’arma e’ stato un fucile a pompa quando facevo il militare”, dice Le Rose.

“Sono innocente e ingiustamente accusato”, aggiunge, spiegando che dopo essere uscito dal carcere, intorno al 2000, “ho cambiato completamente vita e di quelli di Cutro non ne ho voluto piu’ sapere”.

Proprio durante la detenzione, racconta l’imputato, “sono stato salvato da una professoressa che mi ha aiutato a diplomarmi e poi mi ha accolto con la sua famiglia quando sono uscito”. Oggi, prosegue Le Rose, “faccio mille sacrifici, non mi posso permettere neanche una macchina e giro in autobus e in bicicletta. Ma sono contento della mia vita che e’ povera, ma dignitosa e onesta. Oggi ho la coscienza tranquilla di aver pagato per i miei errori di quando ero giovane”.

Grande Aracri, aggiunge Le Rose, “lo conosco, ma come tutti gli altri di Cutro, cioe’ di vista. E non ci ho mai preso neanche un caffe’ ne’ lo vorrei”. Poi smentisce il collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese “che dice di avermi affiliato alla ‘ndrangheta in carcere. Ma noi li’ non ci siamo mai incontrati”. Infine Le Rose si appella ai giudici chiedendo un verdetto equo perche’ “qui si decidera’ il mio futuro e la mia vita”.

Aemilia 1992, nuovo attacco di Grande Aracri ai media

Il boss si lamenta: "Pubblicano sempre la mia immagine". Poi attacca i pentiti

di Redazione - 10 Gennaio 2020

REGGIO EMILIA – Nicolino Grande Aracri torna a scagliarsi contro giornalisti e collaboratori di giustizia. Il capo della ‘ndrangheta di Cutro con epicentro in Emilia per gli affari nel nord Italia, rende per quasi un’ora dichiarazioni spontanee nel processo che, a Reggio Emilia, lo vede imputato con altri sodali della cosca nell’organizzazione e l’esecuzione dei due omicidi avvenuti nel 1992 sul territorio reggiano conteso dai clan.

Da un lato, Grande Aracri chiede il rispetto dell’ordinanza del Tribunale che vieta ai media la divulgazione delle immagini della sua persona, a cui non ha dato il consenso. Che invece, lamenta, “compare tutti i giorni sui giornali e le televisioni locali e perfino sul Tg3”, cosi’ che “tutti possono dire di conoscere Grande Aracri perche’ lo vedono sempre”.

Il boss contesta poi i resoconti su Facebook delle udienze (in realta’ molto meno frequenti rispetto a quelli relativi al dibattimento del maxi processo Aemilia di cui parte a febbraio l’appello) perche’ e’ grazie a questi “che i collaboratori di giustizia possono cambiare a piacimento le loro versioni”. Il dito e’ puntato in particolare contro Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese che pero’, puntualizza l’imputato, “non sono io a smentirli, lo fanno da soli con le loro scellerate dichiarazioni”.

Grande Aracri passa quindi ad elencare tutte le contraddizioni emerse a suo dire nelle affermazioni dei collaboratori di giustizia e dei testimoni sfilati in aula in questi mesi. Come quella sul colore della finta auto dei Carabinieri utilizzata nell’agguato mortale di Giuseppe Ruggiero a Brescello, che secondo i pentiti sarebbe stata nera, mentre chi la pitturo’ materialmente ha sempre affermato essere blu. O le incongruenze di alcuni testimoni sui suoi figli maschi, visto che ha solo quattro figlie femmine.

‘imputato nega poi di aver mai fatto visita alla potente famiglia Pelle di San Luca, circostanza che gli viene attribuita da Valerio. E su quest’ultimo afferma: “Non ha fatto altro che copiare le dichiarazioni di Cortese, ha capito subito molto bene come entrare nel circuito della collaborazione”. Ecco perche’ “non c’e’ niente di convergente – conclude Grande Aracri – tra il narrato di Valerio e quello di Cortese”.

La stessa linea difensiva, quella della delegittimazione dei collaboratori di giustizia dai quali trae linfa la tesi accusatoria, e’ scelta poi da un altro imputato, Angelo Greco. “Antonio Valerio travisa la realta’ e pur sapendo di raccontare bugie le ripete ad ogni occasione cercando di nascondere la sua vera natura”, afferma Greco, prima di passare anche lui in rassegna le presunte incongruenze riportate nei verbali.

Chiamato dalla difesa, nel processo che si avvia alle battute finali, e’ stato ascoltato stamattina anche Vincenzo Pasqua, Carabiniere in servizio all’epoca dei fatti a Cutro e oggi in servizio a Reggio Calabria. Ha affermato di non conoscere Grande Aracri, “che all’epoca non era un personaggio noto come oggi”.

Il Pm Beatrice Ronchi gli contesta pero’ una serie sterminata di controlli a casa del boss, rincarando la dose con un’accusa mossa al militare di divulgazione di segreto d’ufficio (poi archiviata perche’ il fatto non sussiste) in seguito alla quale Pasqua fu trasferito (Fonte Dire).

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